Robin Hood – L’origine della Leggenda

Robin di Loxley viene chiamato a servire nella terza crociata in Terra santa e lo ritroviamo insieme ai suoi commilitoni in una città in rovina, bloccato sotto il fuoco nemico di una potentissima balestra automatica. Robin sarà incaricato di neutralizzarla e in questa operazione si imbatte in un abile arciere e guerriero, che avrebbe la meglio su di lui se non venisse colpito alle spalle da Guy, il capitano di Robin. Quando questi minaccia di uccidere il figlio del prigioniero, Robin non riesce a stare a guardare e si mette in mezzo. La sua diserzione è punita con il ritorno a casa in disgrazia dove lo aspetta una Loxley caduta in rovina. Inoltre Robin è stato dato per morto da almeno due anni e la sua amata Marian si è trovata un nuovo compagno, Will Scarlet. Il tutto mentre il pugno di ferro dello Sceriffo di Nottingham, stretto alleato della Chiesa cattolica, spreme sempre più duramente un popolo ormai esasperato.
Tra la guerra in medioriente con le sue brutalità, i costumi che hanno una eleganza da collezione Armani e una Nottingham proto-industriale contro cui si alza una sorta di movimento Occupy, l’intento di attualizzare il mito di Robin Hood è fin troppo palese, tanto da divorarsi il film. Dei protagonisti infatti finisce per importarci poco o nulla, quasi tutti giovani, belli e impeccabilmente vestiti, sono marionette in una storia dal canovaccio ben noto e che come tale è dato quasi per scontato. Non c’è alcun tentativo di dare a Robin un reale sviluppo drammatico, quanto piuttosto di avvicinarlo a tratti a James Bond, così come Marian è ovviamente una donna moderna, d’azione, più perspicace di tutti gli altri personaggi e con i propri sotterfugi di rivolta all’opera. Will è invece una sorta di Tony Blair, un uomo che parla per il popolo ma è alla ricerca di compromessi per il proprio potere personale. Lo sceriffo di Nottingham è poi interpretato da Ben Mendelsohn, il quale sostanzialmente ripropone per l’ennesima volta in pochi anni il villain grigio vestito, carismatico e con inattesi scoppi d’ira, che già aveva interpretato in Rogue One: A Star Wars Story e in Ready Player One. C’è poi Jaime Foxx nelle vesti del moro il cui soprannome diventa Big John, ma l’introduzione di un personaggio nero che arriva dalle crociate era già del Robin Hood – Principe dei ladri del 1991 con Kevin Costner.
La regia è effettatissima, ricca di ralenty e di vampate di fuoco sullo sfondo, secondo una messa in scena dell’epica marcatamente tronfia, affidata a Otto Bathurst che spinge al parossismo le scelte estetiche da lui già impiegate in Tv con Peaky Blinders. I suoi eccessi vengono presto a noia, anche perché a conti fatti le scene d’azione sono più convulse nel montaggio che davvero spettacolari, tolto una specie di piano sequenza in cui Robin cerca di fuggire tra le colonne mentre è sotto il fuoco incrociato di numerose balestre, anche qui però con abuso di ralenti. I protagonisti non lasciano il segno, mal serviti da battute di routine e da una sceneggiatura tutt’altro che a prova di bomba: per esempio se Loxley è in rovina e la cosa è nota a tutti, possibile che nessuno si chieda da dove arrivino i danari generosamente elargiti da Robin? Per Taron Egerton si tratta di riprendere il suo personaggio che da popolano diventava quasi aristocratico in Kingsman, mentre Jaime Dornan ha la stessa ambiguità un po’ di plastica da bel tenebroso sfoggiata nelle 50 sfumature. Più interessante la scelta di Eve Hewson per Marian: il suo è un volto ancora poco visto al cinema, noto per la serie Tv The Knick che per altro aveva un target del tutto diverso da questo Robin Hood – L’origine della leggenda, ed è soprattutto lei infatti a farsi ricordare. L’unico vero piacere del film è il gioco di portare l’attualità nel medioevo, tanto che sembra di vedere in certi momenti l’anti storicità di Moulin Rouge. Oltre ai fantasiosi costumi non ci si fanno mancare un casinò e un carro blindato, una Chiesa in aria di perversioni sessuali, e soprattutto uno scontro epocale tra molotov da una parte e scudi antisommossa e manganelli dall’altra. I carri con i cavalli corrono per strette passerelle e sfondano pareti mentre volano le frecce, quasi partecipassero alle battaglie veicolari di Fast & Furious e allo stesso modo le balestre fanno la vece delle armi automatiche. Si capisce che tutto questo deve essere piaciuto a Leonardo Di Caprio, che ha prodotto con la sua Appian Way, ma concludere con il lancio di un possibile sequel pare davvero un atto di fede eccessivo in un film stilisticamente sfiancante, narrativamente da encefalogramma piatto e dove a salvarsi è solo il gusto kitsch del decor. 

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La regia è effettatissima, ricca di ralenty e di vampate di fuoco sullo sfondo, secondo una messa in scena dell’epica marcatamente tronfia, affidata a Otto Bathurst che spinge al parossismo le scelte estetiche da lui già impiegate in Tv con Peaky Blinders. I suoi eccessi vengono presto a noia, anche perché a conti fatti le scene d’azione sono più convulse nel montaggio che davvero spettacolari, tolto una specie di piano sequenza in cui Robin cerca di fuggire tra le colonne mentre è sotto il fuoco incrociato di numerose balestre, anche qui però con abuso di ralenti. I protagonisti non lasciano il segno, mal serviti da battute di routine e da una sceneggiatura tutt’altro che a prova di bomba: per esempio se Loxley è in rovina e la cosa è nota a tutti, possibile che nessuno si chieda da dove arrivino i danari generosamente elargiti da Robin? Per Taron Egerton si tratta di riprendere il suo personaggio che da popolano diventava quasi aristocratico in Kingsman, mentre Jaime Dornan ha la stessa ambiguità un po’ di plastica da bel tenebroso sfoggiata nelle 50 sfumature. Più interessante la scelta di Eve Hewson per Marian: il suo è un volto ancora poco visto al cinema, noto per la serie Tv The Knick che per altro aveva un target del tutto diverso da questo Robin Hood – L’origine della leggenda, ed è soprattutto lei infatti a farsi ricordare. L’unico vero piacere del film è il gioco di portare l’attualità nel medioevo, tanto che sembra di vedere in certi momenti l’anti storicità di Moulin Rouge. Oltre ai fantasiosi costumi non ci si fanno mancare un casinò e un carro blindato, una Chiesa in aria di perversioni sessuali, e soprattutto uno scontro epocale tra molotov da una parte e scudi antisommossa e manganelli dall’altra. I carri con i cavalli corrono per strette passerelle e sfondano pareti mentre volano le frecce, quasi partecipassero alle battaglie veicolari di Fast & Furious e allo stesso modo le balestre fanno la vece delle armi automatiche. Si capisce che tutto questo deve essere piaciuto a Leonardo Di Caprio, che ha prodotto con la sua Appian Way, ma concludere con il lancio di un possibile sequel pare davvero un atto di fede eccessivo in un film stilisticamente sfiancante, narrativamente da encefalogramma piatto e dove a salvarsi è solo il gusto kitsch del decor. 

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