Red Zone – 22 Miglia di Fuoco

Jimmy Silva è un agente dell’intelligence statunitense con un problema di controllo della rabbia. Quando lui e il suo team sono a caccia di una partita di cesio radioattivo nel sud-est asiatico, si consegna a loro Li Noor, disposto a consegnare il cesio in cambio di asilo politico.
È indubbiamente insolito assistere a una celebrazione esplicita della capacità invasiva delle telecamere piazzate ovunque o della potenzialità distruttiva dei droni, quando utilizzati per far esplodere un bersaglio ostile. Ma il fatto che siano punti di vista inconsueti non li rende più accettabili. Il problema è che, pur provando ad analizzare Red Zone – 22 miglia di fuoco rimanendo imparziali, pur provando ad accettare la logica dell’action movie duro e puro, con le sue regole e le sue priorità, la disinvoltura di Peter Berg spesso conduce lo script oltre l’intelligibilità. Si attende fino all’epilogo di capire meglio la vicenda e chi muove i fili, ma è come se mancassero dei ganci tra i diversi segmenti del film: non è una questione di limitare al minimo le spiegazioni su plot e moventi, sembra più disinteresse nel rendere gli avvenimenti comprensibili (salvo arrivare a una spiegazione pretestuosa dopo 30 minuti di film, in cui il personaggio di John Malkovich riepiloga quanto avvenuto fino a lì).
Di certo non aiuta un montaggio talmente frenetico e ipercinetico da rendere le mosse di silat di Iko Uwais flash subliminali, anziché immagini da esperire nella loro pienezza. La scena in cui il personaggio di Uwais si libera di due assalitori travestiti da dottori è sacrificata sull’altare dell’editing, laddove Gareth Evans, regista di The Raid, avrebbe preservato la purezza del gesto. E qui si arriva al punto. The Raid: Redemption e The Raid 2 – Berandal, per molti ridefinizione del genere action, sono un evidente punto di riferimento, per la volontà di destrutturazione della canonica ripartizione in tre atti del film hollywoodiano, insieme all’estetica di Sicario, che include una violenza “illegale” in faccende di spionaggio e doppiogiochismo. Ma ai personaggi è difficile affezionarsi – che eroe è Jimmy Silva, cosa giustifica il suo atteggiamento collerico nei confronti dei colleghi? – e la rivelazione sulla natura monca di Red Zone, impossibile da concepire senza l’ausilio di un sequel, completa la sensazione di artificiosità dell’intera operazione. 

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Di certo non aiuta un montaggio talmente frenetico e ipercinetico da rendere le mosse di silat di Iko Uwais flash subliminali, anziché immagini da esperire nella loro pienezza. La scena in cui il personaggio di Uwais si libera di due assalitori travestiti da dottori è sacrificata sull’altare dell’editing, laddove Gareth Evans, regista di The Raid, avrebbe preservato la purezza del gesto. E qui si arriva al punto. The Raid: Redemption e The Raid 2 – Berandal, per molti ridefinizione del genere action, sono un evidente punto di riferimento, per la volontà di destrutturazione della canonica ripartizione in tre atti del film hollywoodiano, insieme all’estetica di Sicario, che include una violenza “illegale” in faccende di spionaggio e doppiogiochismo. Ma ai personaggi è difficile affezionarsi – che eroe è Jimmy Silva, cosa giustifica il suo atteggiamento collerico nei confronti dei colleghi? – e la rivelazione sulla natura monca di Red Zone, impossibile da concepire senza l’ausilio di un sequel, completa la sensazione di artificiosità dell’intera operazione. 

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