I corpi estranei

Antonio è un padre solo a Milano, dove è appena arrivato per curare il suo bambino. Ricoverato in un centro oncologico, Pietro ha un anno e un cancro che deve essere rimosso con un delicato intervento. Chiuso col suo bambino nella stanza numero sei, Antonio scambia molte parole con la moglie al telefono e poche battute con gli infermieri nei corridoi, dove si aggira introverso e osservato da Jaber, un adolescente tunisino in visita a un caro amico malato. Addolorato dalla malattia di Pietro e incuriosito dai silenzi di Antonio, Jaber lo avvicina per offrirgli parola e conforto. Ma Antonio, arrivato dalla provincia umbra, non apprezza gli sguardi e le attenzioni del ragazzo, a cui risponde scontroso e laconico. Jaber è ‘arabo’ e diverso, troppo diverso da lui, che arroccato nel suo dolore e nella sua ostilità crescente assume un atteggiamento di aperto rifiuto. L’ostinazione di Jaber e la degenza di Pietro avranno però la meglio sul suo individualismo. Finalmente ‘carico’ solleverà lo sguardo.
Ascolta Isoradio l’Antonio di Filippo Timi mentre procede verso Milano o quando si concede una pausa dall’ospedale, così sa sempre quale strada infilare e quale evitare. La praticabilità è tutto per Antonio, specialmente adesso che il suo bambino è malato. Più di tutto ha bisogno di sapere che la guarigione è attuabile e che la via intrapresa è sgombra da ostacoli. Ma ci sono eventi che capitano e di cui non possiamo essere informati. Collisioni, transiti, rallentamenti, interventi e assistenze che verifichiamo semplicemente vivendo e procedendo senza rete lungo la strada. Come Il vento fa il suo giro, I corpi estranei afferma la durezza delle relazioni umane, ma diversamente dal film di Giorgio Diritti, quello di Mirko Locatelli integra il corpo estraneo. Il boicottaggio aperto lascia il posto alla partecipazione, ‘coltivando’ il terreno per renderlo di nuovo produttivo. Locatelli, al suo secondo film (di finzione), avvia un’indagine socio-antropologica che coglie pulsioni, pregiudizi, retaggi, miti e passioni di un uomo lontano da casa.
Lontano come Jaber che ‘investe’ il suo solipsismo e cancella ogni differenza fra sé e quell’uomo ostinato, fiaccato da un dolore che resta fuori campo, volutamente sottratto alla vista dello spettatore. A interessare Locatelli sono piuttosto le ombre e le crepe che l’afflizione proietta sulla vita. I corpi estranei è la radiografia della quotidianità di un padre di famiglia, la ricognizione dell’angoscia che lo assale e che sale come le lacrime dal cuore agli occhi. E mentre cerca di dare un senso all’assurdo, la sua apparente linearità, garantita dai bollettini radio, si rompe per l’irruzione di Jareb da cui, in assenza di qualsiasi motivazione concreta, si sente minacciato. Locatelli attraverso Antonio focalizza il passaggio da una convivenza fondata sull’unicità e sulla coerenza del codice culturale a una convivenza caratterizzata dalla varietà delle proposte, dei codici e degli stili di vita. La crisi di Antonio, esplosa nell’aggressione verbale contro Jareb, è il momento acuto di squilibrio che precede il cambiamento.
Antonio è una crisalide, lo stadio di metamorfosi precedente a quello di farfalla, è corpo che si trasforma dentro una poetica cara al giovane autore milanese, che dopo Crisalidi torna a ragionare sulla ‘disabilità’. Quella ideale dell’anima, che non difetta nemmeno a un distributore equosolidale di caffè. Alla ridotta capacità di interazione di Antonio con l’ambiente sociale farà seguito un faticoso processo di inserimento che lo affrancherà dal disagio, il vuoto, l’impasse e lo smarrimento esistenziale, rimettendolo sulla strada di casa.
I corpi estranei è un film essenziale e maturo, necessario e intimamente vero, che con un’eccezionale economia di mezzi espressivi passa dal lontano al vicino, dal distacco all’immedesimazione, fino a restituirci una commovente cognizione del vivere. Filippo Timi, indolente e selvaggio, grumo di istinti, sangue e calore, sguardi e bestemmie, catalizza tutto il film e il suo senso biascicando le parole senza masticarle, fumando la sua ansia e inciampando nell’inquietudine che ha dentro.

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Antonio è un padre solo a Milano, dove è appena arrivato per curare il suo bambino. Ricoverato in un centro oncologico, Pietro ha un anno e un cancro che deve essere rimosso con un delicato intervento. Chiuso col suo bambino nella stanza numero sei, Antonio scambia molte parole con la moglie al telefono e poche battute con gli infermieri nei corridoi, dove si aggira introverso e osservato da Jaber, un adolescente tunisino in visita a un caro amico malato. Addolorato dalla malattia di Pietro e incuriosito dai silenzi di Antonio, Jaber lo avvicina per offrirgli parola e conforto. Ma Antonio, arrivato dalla provincia umbra, non apprezza gli sguardi e le attenzioni del ragazzo, a cui risponde scontroso e laconico. Jaber è ‘arabo’ e diverso, troppo diverso da lui, che arroccato nel suo dolore e nella sua ostilità crescente assume un atteggiamento di aperto rifiuto. L’ostinazione di Jaber e la degenza di Pietro avranno però la meglio sul suo individualismo. Finalmente ‘carico’ solleverà lo sguardo.
Ascolta Isoradio l’Antonio di Filippo Timi mentre procede verso Milano o quando si concede una pausa dall’ospedale, così sa sempre quale strada infilare e quale evitare. La praticabilità è tutto per Antonio, specialmente adesso che il suo bambino è malato. Più di tutto ha bisogno di sapere che la guarigione è attuabile e che la via intrapresa è sgombra da ostacoli. Ma ci sono eventi che capitano e di cui non possiamo essere informati. Collisioni, transiti, rallentamenti, interventi e assistenze che verifichiamo semplicemente vivendo e procedendo senza rete lungo la strada. Come Il vento fa il suo giro, I corpi estranei afferma la durezza delle relazioni umane, ma diversamente dal film di Giorgio Diritti, quello di Mirko Locatelli integra il corpo estraneo. Il boicottaggio aperto lascia il posto alla partecipazione, ‘coltivando’ il terreno per renderlo di nuovo produttivo. Locatelli, al suo secondo film (di finzione), avvia un’indagine socio-antropologica che coglie pulsioni, pregiudizi, retaggi, miti e passioni di un uomo lontano da casa.
Lontano come Jaber che ‘investe’ il suo solipsismo e cancella ogni differenza fra sé e quell’uomo ostinato, fiaccato da un dolore che resta fuori campo, volutamente sottratto alla vista dello spettatore. A interessare Locatelli sono piuttosto le ombre e le crepe che l’afflizione proietta sulla vita. I corpi estranei è la radiografia della quotidianità di un padre di famiglia, la ricognizione dell’angoscia che lo assale e che sale come le lacrime dal cuore agli occhi. E mentre cerca di dare un senso all’assurdo, la sua apparente linearità, garantita dai bollettini radio, si rompe per l’irruzione di Jareb da cui, in assenza di qualsiasi motivazione concreta, si sente minacciato. Locatelli attraverso Antonio focalizza il passaggio da una convivenza fondata sull’unicità e sulla coerenza del codice culturale a una convivenza caratterizzata dalla varietà delle proposte, dei codici e degli stili di vita. La crisi di Antonio, esplosa nell’aggressione verbale contro Jareb, è il momento acuto di squilibrio che precede il cambiamento.
Antonio è una crisalide, lo stadio di metamorfosi precedente a quello di farfalla, è corpo che si trasforma dentro una poetica cara al giovane autore milanese, che dopo Crisalidi torna a ragionare sulla ‘disabilità’. Quella ideale dell’anima, che non difetta nemmeno a un distributore equosolidale di caffè. Alla ridotta capacità di interazione di Antonio con l’ambiente sociale farà seguito un faticoso processo di inserimento che lo affrancherà dal disagio, il vuoto, l’impasse e lo smarrimento esistenziale, rimettendolo sulla strada di casa.
I corpi estranei è un film essenziale e maturo, necessario e intimamente vero, che con un’eccezionale economia di mezzi espressivi passa dal lontano al vicino, dal distacco all’immedesimazione, fino a restituirci una commovente cognizione del vivere. Filippo Timi, indolente e selvaggio, grumo di istinti, sangue e calore, sguardi e bestemmie, catalizza tutto il film e il suo senso biascicando le parole senza masticarle, fumando la sua ansia e inciampando nell’inquietudine che ha dentro.

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