Falling

Cinque compagne di scuola (Nina, Birgit, Ursula, Kathrin, Gabriela) si ritrovano dopo 14 anni al funerale di Michael, un professore a cui erano particolarmente vicine. Sono tutte sulla trentina, chi con professioni più o meno precarie, chi disoccupata e chi con una vita che la porta dentro e fuori dal carcere. Nel corso di un pomeriggio e di una notte le donne si incontrano, si scontrano e, soprattutto, si confrontano con se stesse e con l’immagine delle altre che hanno conservato nella mente. A osservarle in silenzio è la figlia di Gabriela (affidata al nonno e solo occasionalmente in compagnia della madre).
Questo è l’unico film a regia femminile in Concorso a Venezia e con la firma prestigiosa di Barbara Albert. A questo punto però sospendete la lettura e fate un passo indietro. Se ripensate alla trama non vi viene in mente di aver già visto tante e tante volte film con soggetti simili? Tanto per citarne uno Il grande freddo? La domanda è retorica perché si può essere certi che la risposta sia affermativa. Qui sta il problema. Perché è vero che il cinema spesso ripropone storie di base già utilizzate e in questo non ci sarebbe nulla di male. Quello che però gli si richiede è almeno la variazione sul tema. Che in questo caso è assente. La Albert ci propone disillusioni e segreti di queste disperate (ma non casalinghe) senza farci fare un sussulto, senza un’emozione che non sia prevedibile (dal rapporto sessuale nel gabinetto di un locale alla scoperta di relazioni del passato, e non solo, con il defunto). Inoltre non ci risparmia neppure il predicozzo finale sui mali del capitalismo che, è ovvio, ci sono e sono molti, ma che con le cadute individuali delle protagoniste hanno ben poco a che vedere e suonano come un ricatto ideologico a protezione di una sceneggiatura davvero troppo deja vu.

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Cinque compagne di scuola (Nina, Birgit, Ursula, Kathrin, Gabriela) si ritrovano dopo 14 anni al funerale di Michael, un professore a cui erano particolarmente vicine. Sono tutte sulla trentina, chi con professioni più o meno precarie, chi disoccupata e chi con una vita che la porta dentro e fuori dal carcere. Nel corso di un pomeriggio e di una notte le donne si incontrano, si scontrano e, soprattutto, si confrontano con se stesse e con l’immagine delle altre che hanno conservato nella mente. A osservarle in silenzio è la figlia di Gabriela (affidata al nonno e solo occasionalmente in compagnia della madre).
Questo è l’unico film a regia femminile in Concorso a Venezia e con la firma prestigiosa di Barbara Albert. A questo punto però sospendete la lettura e fate un passo indietro. Se ripensate alla trama non vi viene in mente di aver già visto tante e tante volte film con soggetti simili? Tanto per citarne uno Il grande freddo? La domanda è retorica perché si può essere certi che la risposta sia affermativa. Qui sta il problema. Perché è vero che il cinema spesso ripropone storie di base già utilizzate e in questo non ci sarebbe nulla di male. Quello che però gli si richiede è almeno la variazione sul tema. Che in questo caso è assente. La Albert ci propone disillusioni e segreti di queste disperate (ma non casalinghe) senza farci fare un sussulto, senza un’emozione che non sia prevedibile (dal rapporto sessuale nel gabinetto di un locale alla scoperta di relazioni del passato, e non solo, con il defunto). Inoltre non ci risparmia neppure il predicozzo finale sui mali del capitalismo che, è ovvio, ci sono e sono molti, ma che con le cadute individuali delle protagoniste hanno ben poco a che vedere e suonano come un ricatto ideologico a protezione di una sceneggiatura davvero troppo deja vu.

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