Euforia

Matteo è un giovane imprenditore di successo, spregiudicato, affascinante e dinamico. Suo fratello Ettore vive ancora nella piccola cittadina di provincia dove entrambi sono nati e dove insegna alle scuole medie. È un uomo cauto, integro, che per non sbagliare si è sempre tenuto un passo indietro, nell’ombra. La scoperta di una malattia grave che ha colpito Ettore (della quale lo si vuole tenere all’oscuro) spinge Matteo a tornare a frequentarlo e ad occuparsi di lui. Nelle note di regia è la stessa Golino ad offrire una definizione del termine che dà il titolo al film: “Si tratta di quella bella e pericolosa sensazione sperimentata dai subacquei nelle grandi profondità: un sentimento di assoluta felicità e di libertà totale”.
Dopo Miele la Golino torna ad affrontare il tema della malattia che può portare alla morte affrontandolo però da una prospettiva totalmente diversa e avvalendosi delle prestazioni di due (possiamo dirlo) grandi attori che rispondono ai nomi di Riccardo Scamarcio e Valerio Mastandrea. Il primo riesce ad offrire al suo Matteo tutte le sfumature di un carattere complesso perfettamente inserito in un mondo che si muove in precario equilibrio tra autogiustificazioni professionali (i nuovi campi profughi) e un’insoddisfazione di fondo tacitata con sesso e droghe. Mastandrea (avvalendosi anche dell’importante esperienza della più che interessante La linea verticale, serie tv diretta e scritta da Mattia Torre) entra non solo nei panni ma direttamente nei pensieri di un Ettore che prende progressivamente coscienza della propria malattia. Non c’è ombra di pietismo o di facile ricorso alla commozione nella sceneggiatura e nello sguardo registico di questo film. C’è invece, ed è intenso, il ricercare il valore dei piccoli gesti (le punte delle dita che si toccano, un sorriso fugace nello specchio di un locale) all’interno di una riflessione più ampia su come l’irrompere di una malattia modifichi le dinamiche relazionali portando allo scoperto nodi irrisolti ma anche aprendo spazio a un nuovo modo di guardare all’altro. Tutto questo in un variare di accenti che toccano punte drammatiche ma sanno anche compiere un’incursione nella commedia all’italiana con un viaggio alla ricerca di un possibile ‘miracolo’. 

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Dopo Miele la Golino torna ad affrontare il tema della malattia che può portare alla morte affrontandolo però da una prospettiva totalmente diversa e avvalendosi delle prestazioni di due (possiamo dirlo) grandi attori che rispondono ai nomi di Riccardo Scamarcio e Valerio Mastandrea. Il primo riesce ad offrire al suo Matteo tutte le sfumature di un carattere complesso perfettamente inserito in un mondo che si muove in precario equilibrio tra autogiustificazioni professionali (i nuovi campi profughi) e un’insoddisfazione di fondo tacitata con sesso e droghe. Mastandrea (avvalendosi anche dell’importante esperienza della più che interessante La linea verticale, serie tv diretta e scritta da Mattia Torre) entra non solo nei panni ma direttamente nei pensieri di un Ettore che prende progressivamente coscienza della propria malattia. Non c’è ombra di pietismo o di facile ricorso alla commozione nella sceneggiatura e nello sguardo registico di questo film. C’è invece, ed è intenso, il ricercare il valore dei piccoli gesti (le punte delle dita che si toccano, un sorriso fugace nello specchio di un locale) all’interno di una riflessione più ampia su come l’irrompere di una malattia modifichi le dinamiche relazionali portando allo scoperto nodi irrisolti ma anche aprendo spazio a un nuovo modo di guardare all’altro. Tutto questo in un variare di accenti che toccano punte drammatiche ma sanno anche compiere un’incursione nella commedia all’italiana con un viaggio alla ricerca di un possibile ‘miracolo’. 

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