Vincitori e vinti

Nel 1948, un vecchio giudice americano deve occuparsi di quattro colleghi tedeschi accusati di crimini di guerra. Parrebbe che il magistrato provi simpatia per uno degli imputati, uomo di grande levatura, ma dopo la deposizione dei testimoni sarà severo anche con lui che, proprio per la sua cultura e sensibilità, è più colpevole degli altri per aver ascoltato le lusinghe del nazismo.

Nel 1948, un vecchio giudice americano deve occuparsi di quattro colleghi tedeschi accusati di crimini di guerra. Parrebbe che il magistrato provi simpatia per uno degli imputati, uomo di grande levatura, ma dopo la deposizione dei testimoni sarà severo anche con lui che, proprio per la sua cultura e sensibilità, è più colpevole degli altri per aver ascoltato le lusinghe del nazismo.

Il cowboy con il velo da sposa

Due gemelle straordinariamente somiglianti non si sono mai viste e nemmeno conoscono uno dei due genitori (una ha sempre vissuto col padre, l’altra con la madre). Le ragazze un giorno si incontrano per caso, simpatizzano e decidono di riunire la famiglia. Scambiano dunque i ruoli e affrontano il genitore sconosciuto. Il trucco funziona. Il padre, che tra l’altro stava per sposarsi, scopre di esser sempre stato innamorato della moglie, e viceversa.

Una vita difficile

Zona del lago di Como, inverno 1944. Silvio Magnozzi, partigiano romano, sul punto di essere ucciso da un tedesco, viene salvato da Elena, figlia della proprietaria di un albergo. Silvio si nasconde per qualche tempo in un mulino abbandonato, Elena gli porta da mangiare, nasce una relazione. Una notte l’uomo sparisce e lo ritroviamo a Roma dopo la Liberazione. Lavora in un giornale comunista e un giorno viene incaricato di fare un servizio sull’oro di Dongo, che è molto vicino al paese di Elena. Silvio telefona, Elena lo insulta, ma poi si presenta all’appuntamento e i due vanno a Roma insieme. Da quel momento l'”idealista” Magnozzi vivrà tutte le vicende chiave dell’Italia di quegli anni: il referendum che vede la vittoria della Repubblica, le elezioni del 18 aprile ’48 (quelle della paura comunista), le lotte di classe che lo porteranno in prigione, l’integramento nella ditta del suo vecchio, ricco nemico. Nel frattempo il matrimonio con Elena, donna pratica, ha avuto i suoi problemi. Titolo chiave di un’epoca del nostro cinema. La guerra e il dopo immediato visti quindici anni più tardi. Altri grandi film sulla guerra, come Tutti a casa e Il generale della Rovere, sono di quel periodo. Non ci sarebbe mai più stato un Risi come quello (ricordiamo Il sorpasso e I mostri). Alcuni episodi della Vita sono nel grande libro del cinema italiano: la cena in casa dei principi proprio al momento dell’annuncio che il re ha perso il referendum; Sordi che cerca di dare, disastrosamente, un esame di ingegneria, oppure ubriaco, a Viareggio, che sputa alle macchine che gli passano vicino; e ancora la scena finale del solenne schiaffo dato al commendatore che finisce in piscina. Magnifica stagione, corale, del cinema italiano (dei Monicelli, Risi, Comencini). Certo, più tardi ci sarebbero state le grandi individualità degli autori e dei “poeti” come Antonioni, Fellini e Pasolini, ma Silvio Magnozzi è il magnifico rappresentante delle cose che noi italiani abbiamo fatto, non solo sognato.

Zona del lago di Como, inverno 1944. Silvio Magnozzi, partigiano romano, sul punto di essere ucciso da un tedesco, viene salvato da Elena, figlia della proprietaria di un albergo. Silvio si nasconde per qualche tempo in un mulino abbandonato, Elena gli porta da mangiare, nasce una relazione. Una notte l’uomo sparisce e lo ritroviamo a Roma dopo la Liberazione. Lavora in un giornale comunista e un giorno viene incaricato di fare un servizio sull’oro di Dongo, che è molto vicino al paese di Elena. Silvio telefona, Elena lo insulta, ma poi si presenta all’appuntamento e i due vanno a Roma insieme. Da quel momento l'”idealista” Magnozzi vivrà tutte le vicende chiave dell’Italia di quegli anni: il referendum che vede la vittoria della Repubblica, le elezioni del 18 aprile ’48 (quelle della paura comunista), le lotte di classe che lo porteranno in prigione, l’integramento nella ditta del suo vecchio, ricco nemico. Nel frattempo il matrimonio con Elena, donna pratica, ha avuto i suoi problemi. Titolo chiave di un’epoca del nostro cinema. La guerra e il dopo immediato visti quindici anni più tardi. Altri grandi film sulla guerra, come Tutti a casa e Il generale della Rovere, sono di quel periodo. Non ci sarebbe mai più stato un Risi come quello (ricordiamo Il sorpasso e I mostri). Alcuni episodi della Vita sono nel grande libro del cinema italiano: la cena in casa dei principi proprio al momento dell’annuncio che il re ha perso il referendum; Sordi che cerca di dare, disastrosamente, un esame di ingegneria, oppure ubriaco, a Viareggio, che sputa alle macchine che gli passano vicino; e ancora la scena finale del solenne schiaffo dato al commendatore che finisce in piscina. Magnifica stagione, corale, del cinema italiano (dei Monicelli, Risi, Comencini). Certo, più tardi ci sarebbero state le grandi individualità degli autori e dei “poeti” come Antonioni, Fellini e Pasolini, ma Silvio Magnozzi è il magnifico rappresentante delle cose che noi italiani abbiamo fatto, non solo sognato.

Angeli con la pistola

Avuta la notizia che la figlia Louise sta per arrivare dalla Spagna assieme al suo promesso sposo, una mendicante di New York, che le ha sempre taciuto la verità sulle sue condizioni, viene aiutata da una banda di gangster a ricevere i due giovani come si conviene. Il capobanda Dave organizzerà un favoloso party durante il quale la vecchia Annie si presenterà come una facoltosa dama dell’alta società. Dopo la partenza dei promessi sposi, Annie tornerà a mendicare mentre Dave, che nel frattempo aveva raccontato tutto alla polizia, deciderà di cambiar vita.

Avuta la notizia che la figlia Louise sta per arrivare dalla Spagna assieme al suo promesso sposo, una mendicante di New York, che le ha sempre taciuto la verità sulle sue condizioni, viene aiutata da una banda di gangster a ricevere i due giovani come si conviene. Il capobanda Dave organizzerà un favoloso party durante il quale la vecchia Annie si presenterà come una facoltosa dama dell’alta società. Dopo la partenza dei promessi sposi, Annie tornerà a mendicare mentre Dave, che nel frattempo aveva raccontato tutto alla polizia, deciderà di cambiar vita.

La carica dei 101 [1]

Londra. Rudy, un giovane compositore piuttosto distratto ha un cane di nome Pongo che vorrebbe trovargli una compagna non disdegnandone una anche per sé. L’operazione gli riesce al parco e di lì a poco gli umani (lei si chiama Anita) si sposano e Pongo può vivere felice con Peggy, una femmina dalmata come lui. Di lì a non molto nasceranno 15 cuccioli che attireranno la non benevola attenzione di Crudelia De Mon, una donna ricca e priva di scrupoli che vuole farsi una pelliccia con le loro pelli. I cuccioli verranno rapiti da due malviventi pasticcioni ingaggiati da Crudelia e si troveranno imprigionati insieme a numerosi altri loro simili. Verrà allora messa in piedi da Pongo e Peggy una spedizione per liberarli che vedrà impegnati anche un gatto e un cavallo.
Walt Disney dopo La bella addormentata nel bosco affronta una ‘fiaba’ moderna affidando il ruolo di narratore a un cane. Perché è Pongo a introdurci alla storia spiazzandoci (parla di ‘fido compagno’ riferendosi a Rudy) e ad analizzare inizialmente con acume la somiglianza che spesso intercorre tra i cani e i loro proprietari. La stessa grafica che accompagna i titoli di testa è in linea con i tempi, utilizzando come motivo le macchie del pelo dei dalmati che verranno poi ‘spruzzate’ sul viso di Rudy dalla stilografica di Crudelia e che i cuccioli cercheranno di nascondere rotolandosi nella cenere per sfuggire ai rapitori. Ci sono addirittura numerosi mobili che sono soltanto schizzati senza assumere una dimensione realistica.
È in questo mondo in cui sono gli animali a tirare le fila delle vicende (come già sperimentato in modo anche meno rispettoso delle regole in Lilli e il Vagabondo) che si fa spazio una delle ‘cattive’ per antonomasia del cinema disneyano. Crudelia De Mon, spesso preceduta da un fumo giallastro che proviene dalle sigarette fumate con il bocchino, diviene al contempo simbolo ante litteram di due sensibilità che la società americana farà proprie solo in seguito: il fumo come pericolo e l’animalismo antipelliccia.
Disney si prende però anche la libertà di fare ironia sulla televisione da un lato illustrandoci il punto di vista canino nei confronti di un telefilm ‘alla Rin Tin Tin’ (con tanto di cucciolo già teledipendente) e dall’altro mostrandoci un antesignano dei reality dei nostri giorni denominato “Qual è il mio reato?” in cui si deve individuare il crimine per il quale il protagonista è stato condannato. Non manca poi di aprire uno spiraglio di dolorosa riflessione dinanzi a uno dei cuccioli che sembra essere nato morto per poi però risolvere positivamente la scena. I due furfanti maldestri hanno ispirato innumerevoli tentativi di imitazione il più riuscito ed esplicito dei quali è rintracciabile in Mamma ho perso l’aereo. Il film visto oggi non risente del trascorrere dei decenni. Tranne in un particolare: sarà bene che gli adulti spieghino ai più giovani che cosa sia l’alfabeto Morse perché possano godere appieno la scena in cui i cani si trasmettono i messaggi abbaiando.

Londra. Rudy, un giovane compositore piuttosto distratto ha un cane di nome Pongo che vorrebbe trovargli una compagna non disdegnandone una anche per sé. L’operazione gli riesce al parco e di lì a poco gli umani (lei si chiama Anita) si sposano e Pongo può vivere felice con Peggy, una femmina dalmata come lui. Di lì a non molto nasceranno 15 cuccioli che attireranno la non benevola attenzione di Crudelia De Mon, una donna ricca e priva di scrupoli che vuole farsi una pelliccia con le loro pelli. I cuccioli verranno rapiti da due malviventi pasticcioni ingaggiati da Crudelia e si troveranno imprigionati insieme a numerosi altri loro simili. Verrà allora messa in piedi da Pongo e Peggy una spedizione per liberarli che vedrà impegnati anche un gatto e un cavallo.
Walt Disney dopo La bella addormentata nel bosco affronta una ‘fiaba’ moderna affidando il ruolo di narratore a un cane. Perché è Pongo a introdurci alla storia spiazzandoci (parla di ‘fido compagno’ riferendosi a Rudy) e ad analizzare inizialmente con acume la somiglianza che spesso intercorre tra i cani e i loro proprietari. La stessa grafica che accompagna i titoli di testa è in linea con i tempi, utilizzando come motivo le macchie del pelo dei dalmati che verranno poi ‘spruzzate’ sul viso di Rudy dalla stilografica di Crudelia e che i cuccioli cercheranno di nascondere rotolandosi nella cenere per sfuggire ai rapitori. Ci sono addirittura numerosi mobili che sono soltanto schizzati senza assumere una dimensione realistica.
È in questo mondo in cui sono gli animali a tirare le fila delle vicende (come già sperimentato in modo anche meno rispettoso delle regole in Lilli e il Vagabondo) che si fa spazio una delle ‘cattive’ per antonomasia del cinema disneyano. Crudelia De Mon, spesso preceduta da un fumo giallastro che proviene dalle sigarette fumate con il bocchino, diviene al contempo simbolo ante litteram di due sensibilità che la società americana farà proprie solo in seguito: il fumo come pericolo e l’animalismo antipelliccia.
Disney si prende però anche la libertà di fare ironia sulla televisione da un lato illustrandoci il punto di vista canino nei confronti di un telefilm ‘alla Rin Tin Tin’ (con tanto di cucciolo già teledipendente) e dall’altro mostrandoci un antesignano dei reality dei nostri giorni denominato “Qual è il mio reato?” in cui si deve individuare il crimine per il quale il protagonista è stato condannato. Non manca poi di aprire uno spiraglio di dolorosa riflessione dinanzi a uno dei cuccioli che sembra essere nato morto per poi però risolvere positivamente la scena. I due furfanti maldestri hanno ispirato innumerevoli tentativi di imitazione il più riuscito ed esplicito dei quali è rintracciabile in Mamma ho perso l’aereo. Il film visto oggi non risente del trascorrere dei decenni. Tranne in un particolare: sarà bene che gli adulti spieghino ai più giovani che cosa sia l’alfabeto Morse perché possano godere appieno la scena in cui i cani si trasmettono i messaggi abbaiando.

Colazione da Tiffany

Holly è una provinciale – ma molto sofisticata – che vive a New York. Ha frequentazioni di gente di ogni tipo: artisti, ricchi, malviventi. Paul è un giovane scrittore protetto da un’amante più anziana di lui. Holly e Paul abitano nello stesso palazzo. Si conoscono, diventano amici. La ragazza, che mira a sposare un miliardario, passa da una festa all’altra, rincorre il tempo, è fragile, passa da depressioni profonde a esaltazioni sfrenate. Ma non manca mai, la mattina, rientrando da una festa, di far colazione davanti alle vetrine di Tiffany, la leggendaria gioielleria.
Emergono, dal passato di Holly, scheletri e fantasmi, ma sono solo frutto della sua ingenuità. E comunque, sposare un ricchissimo messicano cancellerà tutto. Ma il magnate si tira indietro. A Holly rimane Paul, che l’ama davvero, e forse anche lei contraccambia. Alla fine i due si abbracciano nella pioggia scrosciante.
Un classico della commedia americana, ma con tanti valori aggiunti, a cominciare da Truman Capote, autore del romanzo. Il film, nei decenni, è diventato un sempreverde. Anche se molti episodi e caratteri sono di maniera e scontati, qualche magia continua ad essere dispensata. A cominciare da Audrey Hepburn, nevrotica e insicura, da proteggere e scusare. Un personaggio certo datato, ma trasferibile decennio dopo decennio anche ai caratteri contemporanei, dove vale più che mai lo smarrimento e la ricerca di un’identità. C’è poi la canzone Moon River di Henry Mancini, diventata uno dei grandi temi abituali del cinema, sempreverde, appunto, e frequentatissimo.
E poi Tiffany: impari, per esempio, che lì puoi comprare anche spendendo solo dieci dollari. Nessuna agenzia pubblicitaria, e nessun budget avrebbero potuto valere la “testimonial” Hepburn, davvero una delle attrici e dei personaggi più significativi del cinema e del secolo, capace, come forse nessuna, di dettare mode e comportamenti, e sogni. Il titolo, in cassetta o DVD, continua ad essere nelle classifiche dei noleggi, e non è davvero frequente per un film di quel periodo. Anche questo è un segnale.

Holly è una provinciale – ma molto sofisticata – che vive a New York. Ha frequentazioni di gente di ogni tipo: artisti, ricchi, malviventi. Paul è un giovane scrittore protetto da un’amante più anziana di lui. Holly e Paul abitano nello stesso palazzo. Si conoscono, diventano amici. La ragazza, che mira a sposare un miliardario, passa da una festa all’altra, rincorre il tempo, è fragile, passa da depressioni profonde a esaltazioni sfrenate. Ma non manca mai, la mattina, rientrando da una festa, di far colazione davanti alle vetrine di Tiffany, la leggendaria gioielleria.
Emergono, dal passato di Holly, scheletri e fantasmi, ma sono solo frutto della sua ingenuità. E comunque, sposare un ricchissimo messicano cancellerà tutto. Ma il magnate si tira indietro. A Holly rimane Paul, che l’ama davvero, e forse anche lei contraccambia. Alla fine i due si abbracciano nella pioggia scrosciante.
Un classico della commedia americana, ma con tanti valori aggiunti, a cominciare da Truman Capote, autore del romanzo. Il film, nei decenni, è diventato un sempreverde. Anche se molti episodi e caratteri sono di maniera e scontati, qualche magia continua ad essere dispensata. A cominciare da Audrey Hepburn, nevrotica e insicura, da proteggere e scusare. Un personaggio certo datato, ma trasferibile decennio dopo decennio anche ai caratteri contemporanei, dove vale più che mai lo smarrimento e la ricerca di un’identità. C’è poi la canzone Moon River di Henry Mancini, diventata uno dei grandi temi abituali del cinema, sempreverde, appunto, e frequentatissimo.
E poi Tiffany: impari, per esempio, che lì puoi comprare anche spendendo solo dieci dollari. Nessuna agenzia pubblicitaria, e nessun budget avrebbero potuto valere la “testimonial” Hepburn, davvero una delle attrici e dei personaggi più significativi del cinema e del secolo, capace, come forse nessuna, di dettare mode e comportamenti, e sogni. Il titolo, in cassetta o DVD, continua ad essere nelle classifiche dei noleggi, e non è davvero frequente per un film di quel periodo. Anche questo è un segnale.

Lo spaccone

Newman è un giocatore di biliardo di grande talento ma si butta via perché non ha carattere, beve, ed è troppo spaccone. Incontra una ragazza con problemi simili ai suoi. Viene avvicinato da un manager, cinico e senza scrupoli, che lo fa giocare sui biliardi che contano. Ma nella partita cruciale l’uomo perde. Dovrà soffrire moltissimo, e veder morire suicida la sua ragazza, prima di potersi riscattare e vincere finalmente la “grande partita”. Un ruolo fatto apposta per Newman che avrebbe, nel corso degli anni, perfezionato la ricerca dei caratteri, interpretando eroi negativi individualisti, scontrosi e spesso antipatici. Erano i ribelli che tanto piacevano al pubblico di allora. Nel 1985 Newman, per la regia di Scorsese, ha riportato sullo schermo il personaggio di Eddie Falson, lo spaccone, in Il colore dei soldi. Un’operazione mal riuscita che comunque è valsa all’attore un Oscar riparatore.

Newman è un giocatore di biliardo di grande talento ma si butta via perché non ha carattere, beve, ed è troppo spaccone. Incontra una ragazza con problemi simili ai suoi. Viene avvicinato da un manager, cinico e senza scrupoli, che lo fa giocare sui biliardi che contano. Ma nella partita cruciale l’uomo perde. Dovrà soffrire moltissimo, e veder morire suicida la sua ragazza, prima di potersi riscattare e vincere finalmente la “grande partita”. Un ruolo fatto apposta per Newman che avrebbe, nel corso degli anni, perfezionato la ricerca dei caratteri, interpretando eroi negativi individualisti, scontrosi e spesso antipatici. Erano i ribelli che tanto piacevano al pubblico di allora. Nel 1985 Newman, per la regia di Scorsese, ha riportato sullo schermo il personaggio di Eddie Falson, lo spaccone, in Il colore dei soldi. Un’operazione mal riuscita che comunque è valsa all’attore un Oscar riparatore.