Il lungo viaggio di ritorno

Durante l’ultimo conflitto mondiale, l’equipaggio di una nave da guerra vive con trepidazione e coraggio l’ultima missione bellica e, grazie al cameratismo ed all’amicizia, riesce a superare i momenti piu difficili. Premi e riconoscimenti

Durante l’ultimo conflitto mondiale, l’equipaggio di una nave da guerra vive con trepidazione e coraggio l’ultima missione bellica e, grazie al cameratismo ed all’amicizia, riesce a superare i momenti piu difficili. Premi e riconoscimenti

Prima che mi Impicchino

Condannato all’impiccagione per un caso di eutanasia, il dottor John Garth (Boris Karloff) ottiene dal direttore del carcere, per interessamento del dottor Howard (Edward Van Sloan), il permesso di continuare temporaneamente gli esperimenti su un farmaco che potrebbe ritardare l’invecchiamento dei tessuti umani. Messo a punto il siero, alla vigilia dell’esecuzione Garth chiede ad Howard di iniettarglielo affinché questi, al momento dell’autopsia, possa studiarne gli eventuali effetti. Ma la condanna viene rimandata ed il siero – ricavato dall’unico campione di sangue disponibile nei laboratori del braccio della morte: quello di un assassino – scatena in Garth, ringiovanito nell’aspetto e rinvigorito nel fisico, improvvisi raptus che lo spingono a strangolare chi ha la sventura di trovarglisi accanto. Quando il governatore, arrendendosi alla pressione dell’opinione pubblica, concede la grazia, il dottor Garth, pur non avendo consapevolezza di averlo fatto e sfuggendo ad ogni sospetto, ha già ucciso Howard e un detenuto. Le persone che adesso visitano la sua abitazione e lo frequentano – compresa la figlia Martha – non sanno di essere diventate vittime potenziali della sua cieca violenza… Before I Hang completa, insieme con The Man They Could Not Hang e The Man with Nine Lives, un ideale trittico progettato dalla Columbia sulla figura del “mad doctor”. Il film, penalizzato da un budget esiguo, è meno avvincente delle altre due pellicole e testimonia la crescente difficoltà di inventare nuove situazioni per un genere fin troppo sfruttato e ripetitivo: come lo stesso Boris Karloff avrebbe detto “…gli sceneggiatori facevano trapiantare da questi scienziati pazzi cervelli, cuori, polmoni ed altri organi vitali. Il ciclo è finito quando si sono esaurite le parti anatomiche che potevano essere fotografate senza offendere il comune senso del pudore…” (la citazione è ripresa dal libro “Immagini sepolte”, ed. Fanucci, Roma 1993). Tuttavia, il film si segnala per la splendida interpretazione di Karloff che da sola lo rende prezioso. L’attore, impegnato nel ruolo di un medico mite che suo malgrado si trasforma in un maniaco omicida, sa comunicare lo smarrimento, l’angoscia e la follia del suo personaggio con la magistrale sobrietà di un luciferino guizzo dello sguardo, di una nervosa piega delle labbra, di un lento movimento e di uno scatto felino della figura: il dottor John Garth non ha forse lo spessore tragico di altre celebri interpretazioni, ma rientra a pieno titolo nella memorabile galleria dei malinconici “mostri” karloffiani. Consapevole dei limiti della produzione – e della inconsistenza del resto del cast (Evelyn Keyes è frettolosamente sacrificata nella parte marginale della figlia e l’apporto di Bruce Bennett, suo fidanzato, è assolutamente trascurabile), il regista Nick Grinde si affida all’operatore Benjamin H. Kline che riesce a comporre quella tensione assente nella banale sceneggiatura ritagliando aspramente i primi piani di Karloff e Van Sloan – veri protagonisti principali – con luci ed ombre radenti di sapore vagamente espressionistico, e soffermando spesso l’obiettivo sul sinistro manichino anatomico per mezzo del quale i due medici testano le proprietà del farmaco.

Condannato all’impiccagione per un caso di eutanasia, il dottor John Garth (Boris Karloff) ottiene dal direttore del carcere, per interessamento del dottor Howard (Edward Van Sloan), il permesso di continuare temporaneamente gli esperimenti su un farmaco che potrebbe ritardare l’invecchiamento dei tessuti umani. Messo a punto il siero, alla vigilia dell’esecuzione Garth chiede ad Howard di iniettarglielo affinché questi, al momento dell’autopsia, possa studiarne gli eventuali effetti. Ma la condanna viene rimandata ed il siero – ricavato dall’unico campione di sangue disponibile nei laboratori del braccio della morte: quello di un assassino – scatena in Garth, ringiovanito nell’aspetto e rinvigorito nel fisico, improvvisi raptus che lo spingono a strangolare chi ha la sventura di trovarglisi accanto. Quando il governatore, arrendendosi alla pressione dell’opinione pubblica, concede la grazia, il dottor Garth, pur non avendo consapevolezza di averlo fatto e sfuggendo ad ogni sospetto, ha già ucciso Howard e un detenuto. Le persone che adesso visitano la sua abitazione e lo frequentano – compresa la figlia Martha – non sanno di essere diventate vittime potenziali della sua cieca violenza… Before I Hang completa, insieme con The Man They Could Not Hang e The Man with Nine Lives, un ideale trittico progettato dalla Columbia sulla figura del “mad doctor”. Il film, penalizzato da un budget esiguo, è meno avvincente delle altre due pellicole e testimonia la crescente difficoltà di inventare nuove situazioni per un genere fin troppo sfruttato e ripetitivo: come lo stesso Boris Karloff avrebbe detto “…gli sceneggiatori facevano trapiantare da questi scienziati pazzi cervelli, cuori, polmoni ed altri organi vitali. Il ciclo è finito quando si sono esaurite le parti anatomiche che potevano essere fotografate senza offendere il comune senso del pudore…” (la citazione è ripresa dal libro “Immagini sepolte”, ed. Fanucci, Roma 1993). Tuttavia, il film si segnala per la splendida interpretazione di Karloff che da sola lo rende prezioso. L’attore, impegnato nel ruolo di un medico mite che suo malgrado si trasforma in un maniaco omicida, sa comunicare lo smarrimento, l’angoscia e la follia del suo personaggio con la magistrale sobrietà di un luciferino guizzo dello sguardo, di una nervosa piega delle labbra, di un lento movimento e di uno scatto felino della figura: il dottor John Garth non ha forse lo spessore tragico di altre celebri interpretazioni, ma rientra a pieno titolo nella memorabile galleria dei malinconici “mostri” karloffiani. Consapevole dei limiti della produzione – e della inconsistenza del resto del cast (Evelyn Keyes è frettolosamente sacrificata nella parte marginale della figlia e l’apporto di Bruce Bennett, suo fidanzato, è assolutamente trascurabile), il regista Nick Grinde si affida all’operatore Benjamin H. Kline che riesce a comporre quella tensione assente nella banale sceneggiatura ritagliando aspramente i primi piani di Karloff e Van Sloan – veri protagonisti principali – con luci ed ombre radenti di sapore vagamente espressionistico, e soffermando spesso l’obiettivo sul sinistro manichino anatomico per mezzo del quale i due medici testano le proprietà del farmaco.

The Mummy’s Hand

Il vecchio sacerdote (Eduardo Ciannelli) della setta del dio Karnak affida al successore Andoheb (George Zucco) la missione di proteggere la tomba della principessa Ananka e l’incarico di somministrare periodicamente un effluvio ricavato da tre foglie di “Tana” alla mummia di Kharis, condannato da oltre 3.000 anni a rimanere tra la vita e la morte per avere sacrilegamente amato Ananka. Ottenuto da Andoheb il giuramento di fedeltà, il sacerdote gli insegna come provvedere alla condanna di Kharis, mostrandogli le dosi dell’elisir ed avvertendolo che, in caso di necessità, nove foglie della misteriosa pianta, bruciate nel sacro braciere durante le notti di luna piena, possono riportarlo in vita… Quando l’archeologo Steve Banning (Dick Foran), seguendo le istruzioni dei geroglifici incisi all’interno di un vaso acquistato al mercato del Cairo, raggiunge la “Collina dei Sette Sciacalli” e scopre il sepolcro della principessa Ananka, Andoheb ritiene giunto il momento di svegliare Kharis per farne l’esecutore della sua vendetta contro i profanatori. The Mummy’s Hand è il primo film di una quadrilogia prodotta dalla Universal tra il 1940 e il 1945 con esiti alterni sotto il profilo spettacolare e con risultati via via sempre meno interessanti in termini di originalità. Pubblicizzato come sequel del classico The Mummy realizzato nel 1932, con quest’ultimo ha in comune, in realtà, soltanto la riproposta di alcune sequenze e la prevedibilità della traccia. Il motivo che ci sembra giustificare la scelta di aggiungerlo alla nostra Guida è costituito dall’insolita caratterizzazione della mummia che – a differenza dallo stereotipo del genere – non “rivive” per un sortilegio, ma “vive” da secoli, in uno stato di morte apparente provocato dalle proprietà di una immaginaria pianta capace di congelare il corpo e l’anima, in attesa che qualcuno lo risvegli. La mummia claudicante e semiparalizzata interpretata da Tom Tyler, è assai vicina all’automa privo di propria volontà del Gabinetto del dottor Caligari, o agli zombies mentalmente pilotati di tanti fanta-horror: un mostro-vittima che agisce su comando di altri, spaventoso nella figura ma profondamente patetico. Il film di Christy Cabanne – che ricicla alcuni set cinematografici di Green Hell (1940) parte del commento musicale di Son of Frankenstein – è piacevole, ma il tono drammatico e l’azione appaiono inutilmente diluiti dagli intermezzi umoristici affidati a Wallace Ford (il compagno di Banning) e a Cecil Kellaway (un prestigiatore da avanspettacolo che insieme con la figlia si unisce all’avventura degli esploratori). L’elemento più convincente e più memorabile è il trucco magistrale ideato da Jack P. Pierce: realistico al punto da spingere la produzione a far ritoccare a mano con inchiostro nero i fotogrammi degli occhi della mummia che sembravano troppo inquietanti.

Il vecchio sacerdote (Eduardo Ciannelli) della setta del dio Karnak affida al successore Andoheb (George Zucco) la missione di proteggere la tomba della principessa Ananka e l’incarico di somministrare periodicamente un effluvio ricavato da tre foglie di “Tana” alla mummia di Kharis, condannato da oltre 3.000 anni a rimanere tra la vita e la morte per avere sacrilegamente amato Ananka. Ottenuto da Andoheb il giuramento di fedeltà, il sacerdote gli insegna come provvedere alla condanna di Kharis, mostrandogli le dosi dell’elisir ed avvertendolo che, in caso di necessità, nove foglie della misteriosa pianta, bruciate nel sacro braciere durante le notti di luna piena, possono riportarlo in vita… Quando l’archeologo Steve Banning (Dick Foran), seguendo le istruzioni dei geroglifici incisi all’interno di un vaso acquistato al mercato del Cairo, raggiunge la “Collina dei Sette Sciacalli” e scopre il sepolcro della principessa Ananka, Andoheb ritiene giunto il momento di svegliare Kharis per farne l’esecutore della sua vendetta contro i profanatori. The Mummy’s Hand è il primo film di una quadrilogia prodotta dalla Universal tra il 1940 e il 1945 con esiti alterni sotto il profilo spettacolare e con risultati via via sempre meno interessanti in termini di originalità. Pubblicizzato come sequel del classico The Mummy realizzato nel 1932, con quest’ultimo ha in comune, in realtà, soltanto la riproposta di alcune sequenze e la prevedibilità della traccia. Il motivo che ci sembra giustificare la scelta di aggiungerlo alla nostra Guida è costituito dall’insolita caratterizzazione della mummia che – a differenza dallo stereotipo del genere – non “rivive” per un sortilegio, ma “vive” da secoli, in uno stato di morte apparente provocato dalle proprietà di una immaginaria pianta capace di congelare il corpo e l’anima, in attesa che qualcuno lo risvegli. La mummia claudicante e semiparalizzata interpretata da Tom Tyler, è assai vicina all’automa privo di propria volontà del Gabinetto del dottor Caligari, o agli zombies mentalmente pilotati di tanti fanta-horror: un mostro-vittima che agisce su comando di altri, spaventoso nella figura ma profondamente patetico. Il film di Christy Cabanne – che ricicla alcuni set cinematografici di Green Hell (1940) parte del commento musicale di Son of Frankenstein – è piacevole, ma il tono drammatico e l’azione appaiono inutilmente diluiti dagli intermezzi umoristici affidati a Wallace Ford (il compagno di Banning) e a Cecil Kellaway (un prestigiatore da avanspettacolo che insieme con la figlia si unisce all’avventura degli esploratori). L’elemento più convincente e più memorabile è il trucco magistrale ideato da Jack P. Pierce: realistico al punto da spingere la produzione a far ritoccare a mano con inchiostro nero i fotogrammi degli occhi della mummia che sembravano troppo inquietanti.

Son of Ingagi

Bob Lindsay e sua moglie Eleanor, da poco sposati, sono sospettati dell’omicidio dell’anziana dottoressa Helen Jackson, il cui corpo è stato trovato orribilmente straziato nella sua abitazione. Il movente sarebbe il denaro: la dottoressa, che aveva confidato ad Eleanor di aver avuto, tempo addietro, una relazione con il suo defunto padre, ha lasciato tutti i suoi beni alla giovane coppia. Ma la verità è un’altra. La Jackson è stata massacrata dalla mostruosa creatura scimmiesca che teneva prigioniera nel laboratorio segreto e sulla quale stava sperimentando misteriosi filtri chimici. Il mostro, reso furioso dai sieri inoculatigli, si è liberato dalla gabbia che lo custodiva ed ha cominciato ad uccidere. Nel complicato intreccio è coinvolto anche lo scapestrato fratello della Jackson che vorrebbe impadronirsi di un misterioso tesoro nascosto nella sua casa. Nonostante il richiamo contenuto nel titolo, Son of Ingagi non ha niente a che fare con il film Ingagi prodotto 10 anni prima. A metà strada tra l’horror con le case stregate e la fantamedicina, il film è diretto con buon ritmo. All’epoca venne segnalato per essere una delle prime pellicole interpretate interamente da attori di colore.©

Bob Lindsay e sua moglie Eleanor, da poco sposati, sono sospettati dell’omicidio dell’anziana dottoressa Helen Jackson, il cui corpo è stato trovato orribilmente straziato nella sua abitazione. Il movente sarebbe il denaro: la dottoressa, che aveva confidato ad Eleanor di aver avuto, tempo addietro, una relazione con il suo defunto padre, ha lasciato tutti i suoi beni alla giovane coppia. Ma la verità è un’altra. La Jackson è stata massacrata dalla mostruosa creatura scimmiesca che teneva prigioniera nel laboratorio segreto e sulla quale stava sperimentando misteriosi filtri chimici. Il mostro, reso furioso dai sieri inoculatigli, si è liberato dalla gabbia che lo custodiva ed ha cominciato ad uccidere. Nel complicato intreccio è coinvolto anche lo scapestrato fratello della Jackson che vorrebbe impadronirsi di un misterioso tesoro nascosto nella sua casa. Nonostante il richiamo contenuto nel titolo, Son of Ingagi non ha niente a che fare con il film Ingagi prodotto 10 anni prima. A metà strada tra l’horror con le case stregate e la fantamedicina, il film è diretto con buon ritmo. All’epoca venne segnalato per essere una delle prime pellicole interpretate interamente da attori di colore.©

Segreto d’amore

Un uomo finisce in carcere sotto falsa accusa. Non reggendo al disonore, si suicida. Ma un magistrato suo amico s’impegna a riabilitarlo e a prendersi cura della figliola. Manterrà la promessa riparando all’ingiustizia commessa dalla legge.

Un uomo finisce in carcere sotto falsa accusa. Non reggendo al disonore, si suicida. Ma un magistrato suo amico s’impegna a riabilitarlo e a prendersi cura della figliola. Manterrà la promessa riparando all’ingiustizia commessa dalla legge.

Confucius

Capolavoro miracolosamente riapparso dal nulla dopo mezzo secolo, è stato presentato in versione restaurata al Cinema Ritrovato 2010 e nella sucessiva personale dedicata a Fei Mu. Una sublime meditazione sull’integrità e la moralità di Confucio, rappresentato da Fei Mu come un ‘cane sciolto’ che tenta inutilmente di diffondere lo spirito umanista in un Paese dilaniato da guerre fratricide. Concepito da Fei Mu all’apice del sanguinoso conflitto cino-giapponese, fu realizzato nei teatri di posa delle concessioni coloniali di Shanghai assediate ma non ancora invase dalle truppe nemiche.

Capolavoro miracolosamente riapparso dal nulla dopo mezzo secolo, è stato presentato in versione restaurata al Cinema Ritrovato 2010 e nella sucessiva personale dedicata a Fei Mu. Una sublime meditazione sull’integrità e la moralità di Confucio, rappresentato da Fei Mu come un ‘cane sciolto’ che tenta inutilmente di diffondere lo spirito umanista in un Paese dilaniato da guerre fratricide. Concepito da Fei Mu all’apice del sanguinoso conflitto cino-giapponese, fu realizzato nei teatri di posa delle concessioni coloniali di Shanghai assediate ma non ancora invase dalle truppe nemiche.

Topolino apprendista stregone

Il film musicato sulle note de “L’apprendista stregone” di Paul Dukas, basato sull’omonima ballata del 1797 scritta da Goethe, ha per protagonista Topolino nei panni del giovane apprendista dello stregone Yen Sid. Topolino prova alcuni dei trucchi magici del suo maestro, ma non sa come controllarli, arrivando a creare un disastro.

Il film musicato sulle note de “L’apprendista stregone” di Paul Dukas, basato sull’omonima ballata del 1797 scritta da Goethe, ha per protagonista Topolino nei panni del giovane apprendista dello stregone Yen Sid. Topolino prova alcuni dei trucchi magici del suo maestro, ma non sa come controllarli, arrivando a creare un disastro.