Bobby Fischer Against the World

Nato nel 1943 e morto nel 2008 Bobby Fischer è stato sicuramente un grande scacchista se non il più grande. Il documentario prodotto dall’HBO ne ripercorre la biografia utilizzando le testimonianze di chi lo ha conosciuto direttamente, integrate con un’ampia selezione di materiali video. Ne emerge un ritratto che ha al centro il famosissimo incontro in Finlandia con Boris Spassky tenutosi nel 1972 e avente in palio la corona mondiale allora detenuta dal russo e conquistata in quell’occasione dall’americano. Ciò che però più interessa Liz Garbus sono la complessa psicologia del personaggio nonché i segni impressi su di lui da un’infanzia e un’adolescenza non particolarmente felici se non per i successi scacchistici.
Il cinema si era già avvicinato a distanza di sicurezza alla sua figura con Sotto scacco, in cui ci si occupava di un bambino che lo vedeva come un mito. In questo documentario il mito resiste su un piano, diciamo così, professionale mentre si sgretola su quello interiore. Fischer, figlio di genitori ebrei e con un padre naturale praticamente mai conosciuto, dopo la vittoria non solo scomparirà perdendo a tavolino il titolo ma, quando deciderà di tornare sulla ribalta, lo farà trasformato in un antisemita viscerale oltre che in un contravventore delle disposizioni del governo americano. Subendo quindi una condanna ed essendo costretto a vagare all’estero. Garbus gioca con grande perizia le carte che si trova a disposizione, rifugge dal delineare l’ormai stucchevole stereotipo del genio folle cercando invece di scavare alla ricerca delle cause profonde del malessere esistenziale che portò Fischer a innescare una vera e propria patologia. Più che le testimonianze, peraltro di prima mano, di chi lo conobbe non superficialmente sono di grande interesse le immagini (di repertorio e non) che lo ritraggono sin da bambino quasi incatenato alla scacchiera. È come se re, regina, cavallo ecc. fossero divenuti i pezzi di un gioco la cui posta era molto più alta di una vittoria contro l’avversario seduto sulla sedia di fronte. Concentrando su di sé tutta la sua energia gli scacchi impedivano a Fischer di trovare il tempo per meditare su se stesso e sulla propria fragilità. Garbus inserisce anche, senza pedanteria, una riflessione sul ruolo che gli scacchi ebbero nel confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Si trattava di avversari di una guerra tattica, come è quella sulla scacchiera, che la testimonianza dell’allora Segretario di Stato Henry Kissinger mette chiaramente in luce. Siamo quindi di fronte a una ricostruzione che potrà deludere gli appassionati del gioco che non avranno a disposizione una sovrabbondanza di informazioni sulla perizia tecnica di un loro beniamino. Troverà invece il favore del più vasto pubblico di coloro i quali, dietro alla facciata di ascese e cadute, vanno alla ricerca della dimensione più umana e interiore di un personaggio come Bobby Fischer.

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Nato nel 1943 e morto nel 2008 Bobby Fischer è stato sicuramente un grande scacchista se non il più grande. Il documentario prodotto dall’HBO ne ripercorre la biografia utilizzando le testimonianze di chi lo ha conosciuto direttamente, integrate con un’ampia selezione di materiali video. Ne emerge un ritratto che ha al centro il famosissimo incontro in Finlandia con Boris Spassky tenutosi nel 1972 e avente in palio la corona mondiale allora detenuta dal russo e conquistata in quell’occasione dall’americano. Ciò che però più interessa Liz Garbus sono la complessa psicologia del personaggio nonché i segni impressi su di lui da un’infanzia e un’adolescenza non particolarmente felici se non per i successi scacchistici.
Il cinema si era già avvicinato a distanza di sicurezza alla sua figura con Sotto scacco, in cui ci si occupava di un bambino che lo vedeva come un mito. In questo documentario il mito resiste su un piano, diciamo così, professionale mentre si sgretola su quello interiore. Fischer, figlio di genitori ebrei e con un padre naturale praticamente mai conosciuto, dopo la vittoria non solo scomparirà perdendo a tavolino il titolo ma, quando deciderà di tornare sulla ribalta, lo farà trasformato in un antisemita viscerale oltre che in un contravventore delle disposizioni del governo americano. Subendo quindi una condanna ed essendo costretto a vagare all’estero. Garbus gioca con grande perizia le carte che si trova a disposizione, rifugge dal delineare l’ormai stucchevole stereotipo del genio folle cercando invece di scavare alla ricerca delle cause profonde del malessere esistenziale che portò Fischer a innescare una vera e propria patologia. Più che le testimonianze, peraltro di prima mano, di chi lo conobbe non superficialmente sono di grande interesse le immagini (di repertorio e non) che lo ritraggono sin da bambino quasi incatenato alla scacchiera. È come se re, regina, cavallo ecc. fossero divenuti i pezzi di un gioco la cui posta era molto più alta di una vittoria contro l’avversario seduto sulla sedia di fronte. Concentrando su di sé tutta la sua energia gli scacchi impedivano a Fischer di trovare il tempo per meditare su se stesso e sulla propria fragilità. Garbus inserisce anche, senza pedanteria, una riflessione sul ruolo che gli scacchi ebbero nel confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Si trattava di avversari di una guerra tattica, come è quella sulla scacchiera, che la testimonianza dell’allora Segretario di Stato Henry Kissinger mette chiaramente in luce. Siamo quindi di fronte a una ricostruzione che potrà deludere gli appassionati del gioco che non avranno a disposizione una sovrabbondanza di informazioni sulla perizia tecnica di un loro beniamino. Troverà invece il favore del più vasto pubblico di coloro i quali, dietro alla facciata di ascese e cadute, vanno alla ricerca della dimensione più umana e interiore di un personaggio come Bobby Fischer.

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