Sopra e sotto il ponte

Sopra un cavalcavia nella periferia di Roma si incontrano ogni giorno Alessandro, figlio adolescente di un commerciante di articoli sacri e Deborah e Valerio, fratelli e orfani di padre “adottati” da una madre che arrotonda lo stipendio prostituendosi. Alessandro e Deborah vivono il loro acerbo amore sotto gli occhi disincantati di Andrea, che come la sorella sogna il successo rapido e indolore, i soldi e un’auto sportiva. Ignorando che i loro figli si frequentino, il padre di Alessandro paga per qualche ora di sesso la mamma degli amici del figlio. Le migliori intenzioni formative degli adulti, tradotte in una conversione esclusivamente materiale di sé e dei propri figli, verranno presto smentite dalle loro condotte e il vuoto lasciato dal salto generazionale e dalla delusione condurrà i ragazzi, senza peccato, a scagliare (forse) la pietra.
È imbarazzante l’opera prima dell’autore teatrale Alberto Bassetti, che non sembra trovarsi a suo agio sullo schermo come sulle tavole del palcoscenico. Del cinema ignora la potenzialità visiva e visionaria, soprattutto trattando di adolescenti alla deriva. Altrimenti avrebbe lasciato spazio alle immagini e allo squallore dei ponti che uniscono la varia umanità del quartiere di una periferia agonizzante, affrancandole dai tanti e troppi dialoghi retorici e insopportabili. Parole che parlano per luoghi comuni messe in bocca a bravi attori di teatro, come Graziano Piazza, e a giovani attori esordienti, che riconfermano soltanto la tendenza “nepotista” del cinema italiano. Tratto dall’omonima commedia del 1995, scritta prima del tragico episodio di Tortona, non possiamo che augurarci che la versione teatrale sia più riuscita e felice. Di chiara ispirazione pasoliniana nel confronto tra la “meglio gioventù” borghese e la peggio proletaria e nella comparazione tra la matura prostituta di Isabel Russinova con la “mammaroma” di Anna Magnani, il film non possiede la filosofia dell’essere del poeta friulano, la sua sacralità, la sua pietas. Nemmeno il protettore di Citti che prostituiva la madre del figlio si avvicina per prosaicità al padre del protagonista. Vogliamo sperare che da qualche parte, nelle famiglie italiane, sopravvivano padri poeti. Perché le parole sono importanti.

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Sopra un cavalcavia nella periferia di Roma si incontrano ogni giorno Alessandro, figlio adolescente di un commerciante di articoli sacri e Deborah e Valerio, fratelli e orfani di padre “adottati” da una madre che arrotonda lo stipendio prostituendosi. Alessandro e Deborah vivono il loro acerbo amore sotto gli occhi disincantati di Andrea, che come la sorella sogna il successo rapido e indolore, i soldi e un’auto sportiva. Ignorando che i loro figli si frequentino, il padre di Alessandro paga per qualche ora di sesso la mamma degli amici del figlio. Le migliori intenzioni formative degli adulti, tradotte in una conversione esclusivamente materiale di sé e dei propri figli, verranno presto smentite dalle loro condotte e il vuoto lasciato dal salto generazionale e dalla delusione condurrà i ragazzi, senza peccato, a scagliare (forse) la pietra.
È imbarazzante l’opera prima dell’autore teatrale Alberto Bassetti, che non sembra trovarsi a suo agio sullo schermo come sulle tavole del palcoscenico. Del cinema ignora la potenzialità visiva e visionaria, soprattutto trattando di adolescenti alla deriva. Altrimenti avrebbe lasciato spazio alle immagini e allo squallore dei ponti che uniscono la varia umanità del quartiere di una periferia agonizzante, affrancandole dai tanti e troppi dialoghi retorici e insopportabili. Parole che parlano per luoghi comuni messe in bocca a bravi attori di teatro, come Graziano Piazza, e a giovani attori esordienti, che riconfermano soltanto la tendenza “nepotista” del cinema italiano. Tratto dall’omonima commedia del 1995, scritta prima del tragico episodio di Tortona, non possiamo che augurarci che la versione teatrale sia più riuscita e felice. Di chiara ispirazione pasoliniana nel confronto tra la “meglio gioventù” borghese e la peggio proletaria e nella comparazione tra la matura prostituta di Isabel Russinova con la “mammaroma” di Anna Magnani, il film non possiede la filosofia dell’essere del poeta friulano, la sua sacralità, la sua pietas. Nemmeno il protettore di Citti che prostituiva la madre del figlio si avvicina per prosaicità al padre del protagonista. Vogliamo sperare che da qualche parte, nelle famiglie italiane, sopravvivano padri poeti. Perché le parole sono importanti.

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