East of Paradise

Figlio di immigrati polacchi negli Usa, Kowalski con questo film ripercorre il viaggio compiuto dai suoi genitori oltre cinquant’anni fa dalla Polonia, attraverso la Siberia, l’India, l’Asia centrale, l’Inghilterra, fino alla loro meta finale, gli Usa. A raccontarci la rocambolesca fuga dai campi di concentramento siberiani è proprio la madre del regista, che campeggia in primo piano per metà film a rievocare momenti strazianti ma al tempo stesso avvincenti. Il film vira bruscamente nella seconda parte, dove il regista indaga la “persecuzione” cui egli stesso è invece vittima negli Stati Uniti, per preservare la propria indipendenza di pensiero e portare avanti la sua protesta radicale.
Episodio conclusivo di una trilogia che Kowalski chiama “The fabulous art of surviving”, il film è sicuramente modellato su una sostanza pesante, che la forma sembra purtroppo inadeguata a contenere. I due tempi sono praticamente due film diversi, che se pure hanno un filo comune nella biografia dell’autore, non riescono però a trasmetterlo a chi il film lo guarda. Ancora, il racconto della madre è visivamente talmente statico, mal girato e verboso da far domandare se non sarebbe stato meglio fruibile in forma scritta che non in video.
Importante, ma difficilissimo da digerire.

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Figlio di immigrati polacchi negli Usa, Kowalski con questo film ripercorre il viaggio compiuto dai suoi genitori oltre cinquant’anni fa dalla Polonia, attraverso la Siberia, l’India, l’Asia centrale, l’Inghilterra, fino alla loro meta finale, gli Usa. A raccontarci la rocambolesca fuga dai campi di concentramento siberiani è proprio la madre del regista, che campeggia in primo piano per metà film a rievocare momenti strazianti ma al tempo stesso avvincenti. Il film vira bruscamente nella seconda parte, dove il regista indaga la “persecuzione” cui egli stesso è invece vittima negli Stati Uniti, per preservare la propria indipendenza di pensiero e portare avanti la sua protesta radicale.
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