Resina

Maria è una giovane violoncellista che, delusa dal non facile mondo dei musicisti, torna al suo paese di montagna in cui si parla una lingua ormai dimenticata: il cimbro. La situazione della sua famiglia non è però facile e la vita in paese scorre monotona. Con un’eccezione: il coro che in passato ha conosciuto ottimi riconoscimenti e che ora vede l’organico ridotto al minimo. L’anziano Quirino cerca di fare quello che può ma con scarsi esiti. Maria potrebbe, se volesse, essere di grande aiuto.
Il vento fa il suo giro in questo film.
Non però perché se ne tenta un’imitazione o perché il coprotagonista è Thierry Toscan che là aveva fatto il suo esordio come attore ma perché si avverte in ogni inquadratura il bisogno, si potrebbe dire l’urgenza, di raccontare un storia, ‘questa’ storia. Renzo Carbonera, al suo esordio nel lungometraggio, ha come punto di riferimento le vicende del coro friulano di Ruda, di tradizione austro-ungarica, tornato a nuova vita dopo l’arrivo come direttrice della musicista Fabiana Noro. Da questa realtà il regista ha tratto un film che sa come far ‘sentire’ la condizione di un paese di montagna in cui si cerca con fatica di conservare una tradizione linguistica e musicale non in nome di un passatismo sterile ma con finalità che guardano al futuro. Questo futuro è apparentemente rappresentato da un concorso a cui partecipare ma di fatto sta nello sguardo e nella auspicata disponibilità di Maria. È dalla sua disillusione che, in modo solo apparentemente contraddittorio, può nascere una speranza. Non solo per il coro ma anche per chi le sta vicino. Carbonera però non si ferma alla narrazione di questa pur significativa storia ma, attraverso di essa, presenta un microcosmo che si trova a fronteggiare una molteplicità di mutamenti (dal climatico al finanziario) che rischiano di abbattere anche i caratteri più forti. Occorre allora ricorrere a una resina sociale, a un collante che aiuti a tenere insieme avversità e potenzialità non permettendo alle prime di prevalere. In questo contesto anche un coro può dire (o cantare) la sua. 

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Non però perché se ne tenta un’imitazione o perché il coprotagonista è Thierry Toscan che là aveva fatto il suo esordio come attore ma perché si avverte in ogni inquadratura il bisogno, si potrebbe dire l’urgenza, di raccontare un storia, ‘questa’ storia. Renzo Carbonera, al suo esordio nel lungometraggio, ha come punto di riferimento le vicende del coro friulano di Ruda, di tradizione austro-ungarica, tornato a nuova vita dopo l’arrivo come direttrice della musicista Fabiana Noro. Da questa realtà il regista ha tratto un film che sa come far ‘sentire’ la condizione di un paese di montagna in cui si cerca con fatica di conservare una tradizione linguistica e musicale non in nome di un passatismo sterile ma con finalità che guardano al futuro. Questo futuro è apparentemente rappresentato da un concorso a cui partecipare ma di fatto sta nello sguardo e nella auspicata disponibilità di Maria. È dalla sua disillusione che, in modo solo apparentemente contraddittorio, può nascere una speranza. Non solo per il coro ma anche per chi le sta vicino. Carbonera però non si ferma alla narrazione di questa pur significativa storia ma, attraverso di essa, presenta un microcosmo che si trova a fronteggiare una molteplicità di mutamenti (dal climatico al finanziario) che rischiano di abbattere anche i caratteri più forti. Occorre allora ricorrere a una resina sociale, a un collante che aiuti a tenere insieme avversità e potenzialità non permettendo alle prime di prevalere. In questo contesto anche un coro può dire (o cantare) la sua. 

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