Quando corre Nuvolari

Un nome, una leggenda. Tazio Nuvolari è stato il più grande pilota automobilistico del ‘900, per il suo coraggioso modo di guidare, per le tantissime vittorie e per le decine di gravissimi incidenti da cui si è miracolosamente salvato. La sua vita è stata una continua sfida con la morte. Ma è con la 1000 miglia del 1948 che Tazio diventa il mito degli italiani. Oltre cinquantenne, conduce la gara in testa fino a pochi chilometri dal traguardo, tradito dalla sua Ferrari 166 SC che lo abbandona definitivamente dopo aver perso il cofano del motore a Gualdo Tadino. E proprio da questo prezioso oggetto recuperato a suo tempo da un bambino, e nascosto per anni nel casolare di quel che è diventato il nonno Mario, che inizia la storia. Nel viaggio verso Mantova per riportare il cofano nella città dove il campione è vissuto fino alla sua morte, Mario racconta a suo nipote la grande storia di Tazio Nuvolari: oltre alle eroiche corse, il grande amore con Carolina, i suoi amici/rivali come Achille Varzi, a sua volta coinvolto in una storia d’amore e morte con la bionda tedesca Ilse Hubitsch, il suo rapporto con Enzo Ferrari, l’amante segreta, l’incontro con Padre Pio e gli ultimi anni solitari, segnati dalla malattia.
Tonino Zangardi, sceneggiatore e regista romano scomparso lo scorso febbraio, immagina allora il nonno Mario, interpretato da un nostalgico e sognante Alessandro Haber, che ripercorre insieme al nipote la vita di un mito che aveva visto con i propri occhi. Il cofano del bolide rosso che Nuvolari perse durante la 1000 miglia fu il segreto di Mario per una vita, il fortunato momento di un bambino qualsiasi che arriva a toccare il cielo. Quando corre Nuvolari, dunque, riporta in vita il mito, il pilota, l’uomo per la prima volta al cinema. I colori dei nostri tempi in cui prende avvio il racconto di Mario cedono il passo al bianco e nero di un lungo flashback, straripante di storia, sogni e passioni che avevano riempito i rotocalchi degli anni ’30. Tra il brivido della corsa e la poesia fuori pista, rinasce il ricordo del “mantovano volante” che non aveva paura della morte. La singolare somiglianza dell’attore teatrale italo-britannico, Brutius Selby, con il grande Tazio, affiancato dalla moglie, Linda Messerklinger, ci fa immergere in una storia di orgoglio italiano magistralmente ricostruita.
“Non è sufficiente raggiungere il limite, bisogna superarlo”, era il sogno e l’ossessione dell’uomo che fece grandi la Scuderia Ferrari e Alfa Romeo per la conquista della velocità pura e un coraggio senza pari. Sembra quasi di sentire il rombo del motore e il vento in faccia che infiammavano Tazio e lo riportavano sempre su nuove piste sfidando la vita. Sembra di sentire il battito del suo cuore che prima di ogni partenza salutava la moglie sperando di rivederla a fine gara. Nel suo celebre maglione giallo con le iniziali e al collo la tartaruga d’oro portafortuna regalatagli da Gabriele D’Annunzio, Tazio Nuvolari sembra non essere mai andato via. Le feste per celebrare le vittorie, le avventure con le donne e le imprevedibili conseguenze raccontano anche dell’uomo che amava godersi la vita pur sfidandola ad ogni curva, nel terrore della moglie che affogava paura e gelosia nel silenzio di una casa rimasta troppo presto vuota. La morte precoce dei due figli segna infatti la carriera del pilota che, però, torna inevitabilmente a gareggiare, ritrovando nella velocità il suo slancio vitale. Nelle campagne del mantovano che Nuvolari attraversava sfrecciando ritroviamo l’atmosfera della provincia italiana nell’arco di tempo tra gli anni ’20 e ’50, che la fotografia di Gianluca Gallucci ricostruisce magnificamente. Tra spighe di grano, strade sterrate e casolari in pietra, il nonno Mario ci fa ripercorrere le tappe di un successo che solo la storia ha potuto rallentare durante i sei anni della seconda guerra mondiale. Perché “gli uccelli nell’aria perdono l’ali ?quando passa Nuvolari, quando corre Nuvolari…”, risuona l’eco della canzone di Lucio Dalla. I miti vanno raccontati e raccontati ancora. 

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“Non è sufficiente raggiungere il limite, bisogna superarlo”, era il sogno e l’ossessione dell’uomo che fece grandi la Scuderia Ferrari e Alfa Romeo per la conquista della velocità pura e un coraggio senza pari. Sembra quasi di sentire il rombo del motore e il vento in faccia che infiammavano Tazio e lo riportavano sempre su nuove piste sfidando la vita. Sembra di sentire il battito del suo cuore che prima di ogni partenza salutava la moglie sperando di rivederla a fine gara. Nel suo celebre maglione giallo con le iniziali e al collo la tartaruga d’oro portafortuna regalatagli da Gabriele D’Annunzio, Tazio Nuvolari sembra non essere mai andato via. Le feste per celebrare le vittorie, le avventure con le donne e le imprevedibili conseguenze raccontano anche dell’uomo che amava godersi la vita pur sfidandola ad ogni curva, nel terrore della moglie che affogava paura e gelosia nel silenzio di una casa rimasta troppo presto vuota. La morte precoce dei due figli segna infatti la carriera del pilota che, però, torna inevitabilmente a gareggiare, ritrovando nella velocità il suo slancio vitale. Nelle campagne del mantovano che Nuvolari attraversava sfrecciando ritroviamo l’atmosfera della provincia italiana nell’arco di tempo tra gli anni ’20 e ’50, che la fotografia di Gianluca Gallucci ricostruisce magnificamente. Tra spighe di grano, strade sterrate e casolari in pietra, il nonno Mario ci fa ripercorrere le tappe di un successo che solo la storia ha potuto rallentare durante i sei anni della seconda guerra mondiale. Perché “gli uccelli nell’aria perdono l’ali ?quando passa Nuvolari, quando corre Nuvolari…”, risuona l’eco della canzone di Lucio Dalla. I miti vanno raccontati e raccontati ancora. 

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