L’apparizione

Jacques Mayano, reporter di guerra per un quotidiano francese, viene reclutato dal Vaticano per indagare su un’apparizione avvenuta in un villaggio del sud-est della Francia. Anna, orfana e novizia, afferma di aver visto la Vergine Maria. Lo straordinario evento, velocemente diffuso, ha condotto migliaia di pellegrini sul luogo della presunta epifania. Jacques, estraneo a questo mondo, accetta nondimeno di far parte della commissione d’inchiesta canonica, applicando la prassi empirica al trascendente.
À l’origine a Marguerite, passando per Superstar, Xavier Giannoli è ossessionato dall’impostura e dai personaggi mai al loro posto.
Se Paul è un imbroglione solitario che si finge capocantiere, Martin uno sconosciuto diventato improvvisamente famoso, Marguerite un soprano incosciente della propria nullità, non stupisce che Giannoli si interessi a un affaire religioso dove la questione dell’impostura è centrale. Anna, l’incredibile eroina di Galatéa Bellugi, afferma di vedere la Madonna da qualche parte sulle Alpi francesi. Anna afferma pure di non essere una bugiarda. Il suo confessore le crede, migliaia di pellegrini le credono ma le autorità ecclesiastiche sono riluttanti e indagano per accertare i fatti e verificare le sue parole. A guidare lo spettatore lungo i percorsi ardui della montagna e della fede, è un reporter abituato a battere i conflitti del mondo e alieno alla sfera sovrannaturale. Incarnato con solidità terrena e spirito franco da Vincent Lindon, Jacques è scettico ma curioso. Incapace di accettare l’inspiegabile, interroga Anna e si convince presto che la ragazza sia vittima di una grande manipolazione. Ma la soluzione immaginata dal regista è destinata a sorprendere personaggio e spettatore, conciliando l’ipotesi della verità con quella della menzogna.
Dopo aver confrontato la mistica (e la mistificazione) con il tangibile alla ricerca di una verità impossibile da trovare, il film sospende la sua incredulità. Il risultato è una riflessione appassionante sulla fede, sulla maniera di vivere nel caos del mondo contemporaneo, sul dono di sé e la rinuncia che implica. La forma è quella di un polar coi suoi interrogatori, i suoi segreti, le sue rivelazioni e i capovolgimenti frequenti che alimentano la tensione fino all’epilogo. Un epilogo disincarnato a forza di prorogarlo e poi disperderlo in un paesaggio più piatto di un mondo senza dio. Profondamente inquieto al debutto, il soggetto impone forse al regista una lentezza e una ridondanza che finiscono per fiaccare il film e la grazia prodotta dall’integrità energica di Jacques e la sincerità elegiaca di Anna. Al corpo celestiale di Galatéa Bellugi, rivelazione autentica che aderisce all’elevazione metafisica dell’opera, replica la natura viva di Vincent Lindon, abitato da un lutto. Agnostico come l’autore, il suo Jacques non è mai sprezzante davanti ai fedeli e al clamore che cresce intorno. Un bailamme che monta e in cui si fa largo il dubbio e la certezza di non potere avere tutte le risposte, in cui il reporter a caccia dell’impostore cede il passo all’uomo toccato dalla (buona) fede della fanciulla. Nell’apparition, senza dubbio il film più personale di Giannoli, il regista concentra tutte le sue ossessioni e loda (a sorpresa) le virtù dell’illusione. È il mistero della fede ad affascinarlo e il mistero per sua natura non cerca prove. Apparizione? Allucinazione? Menzogna per essere? Giannoli non sentenzia ma insegue col suo personaggio l’intuizione di una trascendenza, il senso di un mondo ipermedializzato dove il confine con l’impostura si fa sempre più labile. 

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Dopo aver confrontato la mistica (e la mistificazione) con il tangibile alla ricerca di una verità impossibile da trovare, il film sospende la sua incredulità. Il risultato è una riflessione appassionante sulla fede, sulla maniera di vivere nel caos del mondo contemporaneo, sul dono di sé e la rinuncia che implica. La forma è quella di un polar coi suoi interrogatori, i suoi segreti, le sue rivelazioni e i capovolgimenti frequenti che alimentano la tensione fino all’epilogo. Un epilogo disincarnato a forza di prorogarlo e poi disperderlo in un paesaggio più piatto di un mondo senza dio. Profondamente inquieto al debutto, il soggetto impone forse al regista una lentezza e una ridondanza che finiscono per fiaccare il film e la grazia prodotta dall’integrità energica di Jacques e la sincerità elegiaca di Anna. Al corpo celestiale di Galatéa Bellugi, rivelazione autentica che aderisce all’elevazione metafisica dell’opera, replica la natura viva di Vincent Lindon, abitato da un lutto. Agnostico come l’autore, il suo Jacques non è mai sprezzante davanti ai fedeli e al clamore che cresce intorno. Un bailamme che monta e in cui si fa largo il dubbio e la certezza di non potere avere tutte le risposte, in cui il reporter a caccia dell’impostore cede il passo all’uomo toccato dalla (buona) fede della fanciulla. Nell’apparition, senza dubbio il film più personale di Giannoli, il regista concentra tutte le sue ossessioni e loda (a sorpresa) le virtù dell’illusione. È il mistero della fede ad affascinarlo e il mistero per sua natura non cerca prove. Apparizione? Allucinazione? Menzogna per essere? Giannoli non sentenzia ma insegue col suo personaggio l’intuizione di una trascendenza, il senso di un mondo ipermedializzato dove il confine con l’impostura si fa sempre più labile. 

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