Gotti – Il Primo Padrino

John Gotti dice rivolgendosi direttamente al pubblico che la vita di un criminale finisce in due modi: in galera o con la morte e a lui sono successe entrambe le cose. Quindi lo vediamo anziano, pelato e provato da un cancro mentre riceve visita in prigione da suo figlio, che vuole la sua approvazione per firmare un accordo con i procuratori e accettare una condanna breve. Il padre è contrariato e risponde che bisogna mentire anche se si ha ancora l’etichetta della refurtiva addosso e che non smetteranno mai di tormentare suo figlio perché è un Gotti. Quindi questo racconto cornice si apre, alla storia di Gotti Sr., da quando era relativamente giovane nella mafia newyorkese fino alla sua cattura e, come anticipato nell’incipit, alla morte. Si rompe poi di nuovo la quarta parete nell’excipit, in cui per un’ultima volta Gotti Sr. si rivolge alla platea.
Debitore, nelle prime versioni di una lunga gestazione, dell’autobiografia del figlio John Gotti Jr., “In the Shadow of My Father”, il film ardentemente voluto da John Travolta, Gotti – Il primo Padrino, risulta indeciso se raccontare la storia del padre o del figlio e non riesce bene in nessuna delle due cose. Da una parte sembra sostenere la tesi della quasi innocenza di Gotti Jr. e della sua persecuzione da parte del governo con grande spreco di soldi pubblici, dall’altra riassume eccessivamente la storia di Gotti Sr. senza mai trovare un momento di forte respiro, appoggiandola sulla voce over di Travolta e interessandosi in fondo molto poco all’ambiguità del personaggio. Gotti uccide un uomo in una delle prime scene, ma è l’unico crimine di cui si macchia di persona, per il resto lo vediamo complottare per prendere il posto del suo boss, nella famiglia Gambino, e sappiamo che farà eliminare dai suoi l’uomo che ha investito suo figlio. Non c’è traccia di traffici illeciti, racket, prostituzione o altro, inoltre Gotti è un uomo di famiglia qui del tutto fedele e che si tiene lontano da vizi come alcol e cocaina, insomma un padre praticamente modello.
Il figlio poi diventa un membro di Cosa Nostra senza nemmeno aver ucciso qualcuno e non è neppure chiaro di cosa l’FBI lo stia in effetti accusando e su quali basi. Oltretutto cerca di convincere il padre a perdonare lo zio, che Gotti Sr. ha esiliato dalla banda dopo che aveva commissionato un omicidio senza la sua autorizzazione. Gotti Jr. è dunque decisamente un bravo figliolo, che anche quando finisce in una rissa in cui ci scappa un morto è comunque innocente e nemmeno si rende conto che volano delle coltellate tra un cazzotto e uno sgabello. Travolta, per quanto un po’ ingessato dal trucco e dai lifting come già in O.J. Simpson: American Crime Story, fa del suo meglio per dare grandeur e ironia a Gotti e in parte ci riesce, ma tutto quello che gli sta intorno sa di deja-vu o di posticcio. Sono ovvie le influenze scorsesiane, però il ritmo di Quei bravi ragazzi è un lontano miraggio, così come non c’è proprio traccia di un quadro famigliare dalle sottili sfumature come quello dei Soprano e a riprendere l’epica di Coppola o De Palma non ci si prova nemmeno. Ne risulta insomma un’operazione compilativa vagamente da TV movie, di quelli un po’ lussuosi che possono spendere in location e costumi ma senza esagerare con lo sfarzo. Complica le cose il problematico resto del cast, dove il peggiore è l’interprete di Gotti Jr., il belloccio Spencer Rocco Lofranco che sembra appena uscito da una boy band, del tutto inadeguato a dare credibilità a un personaggio scritto già di suo con l’accetta. Tra i comprimari il solo a metterci un po’ di carisma è Stacy Keach, che esce però di scena a metà film, mentre Pruitt Taylor Vince, che avrebbe il personaggio più sofferto, è troppo sacrificato dal montaggio per lasciare il segno. Non va meglio al traditore della banda, di cui Gotti dirà subito di non fidarsi ancora prima di parlarci per la prima volta, e Leo Rossi, che è anche uno degli sceneggiatori, è un braccio destro assolutamente dimenticabile, come del resto il film nel suo insieme. 

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Il figlio poi diventa un membro di Cosa Nostra senza nemmeno aver ucciso qualcuno e non è neppure chiaro di cosa l’FBI lo stia in effetti accusando e su quali basi. Oltretutto cerca di convincere il padre a perdonare lo zio, che Gotti Sr. ha esiliato dalla banda dopo che aveva commissionato un omicidio senza la sua autorizzazione. Gotti Jr. è dunque decisamente un bravo figliolo, che anche quando finisce in una rissa in cui ci scappa un morto è comunque innocente e nemmeno si rende conto che volano delle coltellate tra un cazzotto e uno sgabello. Travolta, per quanto un po’ ingessato dal trucco e dai lifting come già in O.J. Simpson: American Crime Story, fa del suo meglio per dare grandeur e ironia a Gotti e in parte ci riesce, ma tutto quello che gli sta intorno sa di deja-vu o di posticcio. Sono ovvie le influenze scorsesiane, però il ritmo di Quei bravi ragazzi è un lontano miraggio, così come non c’è proprio traccia di un quadro famigliare dalle sottili sfumature come quello dei Soprano e a riprendere l’epica di Coppola o De Palma non ci si prova nemmeno. Ne risulta insomma un’operazione compilativa vagamente da TV movie, di quelli un po’ lussuosi che possono spendere in location e costumi ma senza esagerare con lo sfarzo. Complica le cose il problematico resto del cast, dove il peggiore è l’interprete di Gotti Jr., il belloccio Spencer Rocco Lofranco che sembra appena uscito da una boy band, del tutto inadeguato a dare credibilità a un personaggio scritto già di suo con l’accetta. Tra i comprimari il solo a metterci un po’ di carisma è Stacy Keach, che esce però di scena a metà film, mentre Pruitt Taylor Vince, che avrebbe il personaggio più sofferto, è troppo sacrificato dal montaggio per lasciare il segno. Non va meglio al traditore della banda, di cui Gotti dirà subito di non fidarsi ancora prima di parlarci per la prima volta, e Leo Rossi, che è anche uno degli sceneggiatori, è un braccio destro assolutamente dimenticabile, come del resto il film nel suo insieme. 

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