Beloved

Sethe (Oprah Winfrey, Il colore viola) è la padrona della casa, una schiava fuggiasca che ha patito sofferenze indicibili tra cui l’impiccagione della madre e la perdita di alcuni figli. Nella casa abita anche Denver (Kimberly Elise), figlia di Sethe, che è misteriosamente emarginata dalla società. A loro si unirà Paul D Garner (Danny Glover), un pellegrino vecchia conoscenza di Sethe che deciderà di restare. Paul D era giunto lì per salutare Sethe e la “nonna Sue” morta però qualche anno prima, una specie di sciamana che organizzava riti collettivi vagamente tribali con i quali riusciva a controllare emotivamente i partecipanti. Anche Paul D ha particolari poteri e intuisce che la casa è abitata da qualche spirito (l’effetto di luce rossa usato per far capire i momenti di “medianità” è allo stesso tempo retrò e originale). Questo spirito apparirà quando ad entrare nella casa sarà Beloved (Thandie Newton), una ragazza che apparentemente ha gravissimi problemi psicologici ma che rivelerà l’incarnazione di un passato mai passato e un presente di sovraumane presenze da sconfiggere.
Tra la tratta degli schiavi dall’Africa e le lotte civili per il diritto all’uguaglianza intercorrono più di centocinquant’anni. In mezzo c’è stato un lungo periodo di segregazione e di soprusi che hanno ridotto la popolazione di colore a uno stato a volte di sopravvivenza (quasi “mistico”) terrificante. Nulla a che vedere con lo strambo ma rasserenante accento di Mammy in Via col vento che peraltro ci dava la sensazione di naturale accettazione della sua condizione e della sua intrinseca saggezza. Nella storia di Beloved non c’è nulla, ma proprio nulla di saggio o di sereno. L’ambientazione è simile a La casa nella prateria in un non-posto dove le persone di colore hanno forse i loro spazi e le loro mansioni ma anche lo spettro del passato che li segue e li tormenta.
Bistrattato da critica e spettatori Beloved ha invece qualità molto interessanti. Ispirato dall’omonimo best-seller pluridecorato di Toni Morrison colpisce sin da subito per la metafisica surrealistica con cui si propone. Già dai primi fotogrammi si intuisce che nulla seguirà la normale forza di gravità.
Demme ci ha abituato nel passato a blockbuster che sono allo stesso tempo capolavori Il silenzio degli innocenti e Philadelphia dovrebbero bastare come garanzia). Con questo Beloved ha rischiato. Sulla carta il rischio non doveva essere enorme visto il successo dell’omonimo libro che negli USA ha una legione di fan. In realtà non è quello che la gente si aspettava da lui. Ne ha tratto un film dalle ambizioni “intellettuali” che lo rendono un po’ particolare e di difficile comprensione. Non è un capolavoro, non è stato per nulla un blockbuster, ma merita di essere preso in considerazione se volete confrontarvi con qualcosa di particolarmente intenso.

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Sethe (Oprah Winfrey, Il colore viola) è la padrona della casa, una schiava fuggiasca che ha patito sofferenze indicibili tra cui l’impiccagione della madre e la perdita di alcuni figli. Nella casa abita anche Denver (Kimberly Elise), figlia di Sethe, che è misteriosamente emarginata dalla società. A loro si unirà Paul D Garner (Danny Glover), un pellegrino vecchia conoscenza di Sethe che deciderà di restare. Paul D era giunto lì per salutare Sethe e la “nonna Sue” morta però qualche anno prima, una specie di sciamana che organizzava riti collettivi vagamente tribali con i quali riusciva a controllare emotivamente i partecipanti. Anche Paul D ha particolari poteri e intuisce che la casa è abitata da qualche spirito (l’effetto di luce rossa usato per far capire i momenti di “medianità” è allo stesso tempo retrò e originale). Questo spirito apparirà quando ad entrare nella casa sarà Beloved (Thandie Newton), una ragazza che apparentemente ha gravissimi problemi psicologici ma che rivelerà l’incarnazione di un passato mai passato e un presente di sovraumane presenze da sconfiggere.
Tra la tratta degli schiavi dall’Africa e le lotte civili per il diritto all’uguaglianza intercorrono più di centocinquant’anni. In mezzo c’è stato un lungo periodo di segregazione e di soprusi che hanno ridotto la popolazione di colore a uno stato a volte di sopravvivenza (quasi “mistico”) terrificante. Nulla a che vedere con lo strambo ma rasserenante accento di Mammy in Via col vento che peraltro ci dava la sensazione di naturale accettazione della sua condizione e della sua intrinseca saggezza. Nella storia di Beloved non c’è nulla, ma proprio nulla di saggio o di sereno. L’ambientazione è simile a La casa nella prateria in un non-posto dove le persone di colore hanno forse i loro spazi e le loro mansioni ma anche lo spettro del passato che li segue e li tormenta.
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