Bella

Josè è un calciatore di origine messicana che gode di fama e successo mondiale. Con la sua squadra ha vinto diversi trofei e i bambini impazziscono per lui tanto da volerci giocare a pallone quando lo incontrano per strada. Cinque anni dopo lo ritroviamo misteriosamente a lavorare come capo chef nel ristorante di New York del fratello Manny, cambiato molto anche nell’aspetto fisico. Nello stesso ristorante lavora come cameriera Nina, licenziata da Manny, a causa dell’ennesimo ritardo, il giorno stesso in cui scopre di essere incinta. Nina si trova così sola e senza più un lavoro. Josè cercherà di aiutarla a superare questo brutto momento per ridare anche un senso alla sua vita, dopo che un terribile avvenimento l’ha portato alla decisione di abbandonare per sempre la carriera di calciatore.
Presentato al Festival di Toronto nel 2006, Bella mette in risalto le opportunità che la vita cerca di offrirti (dall’Alto?) per ritrovare la pace interiore e ridare un senso alla vita che in pochi secondi può sconvolgerti l’intera esistenza e segnarti irrimediabilmente per sempre. Josè questa opportunità la trova nella bella Nina, incinta ma decisa ad abortire perché rimasta senza più un lavoro e con una situazione familiare alle spalle per niente rosea. Josè cerca in tutti i modi di dissuadere Nina dall’abortire e lo fa portandola a casa dei suoi genitori per fargli ritrovare quel calore e quel sapore familiare che lei purtroppo non ha mai potuto gustare fino in fondo. Anche Josè troverà una volta per tutte il coraggio di raccontare la sua drammatica vicenda. E lo farà proprio confidandosi con Nina.
Il film del messicano Alejandro Gomez Monteverde, qui alla sua terza prova dietro la macchina da presa, è talmente carico di buone intenzioni e di un sentimentalismo compassionevole da risultare alla fine troppo stucchevole. La regia non riesce il più delle volte ad essere troppo convincente limitandosi a seguire i due protagonisti nel loro tour di redenzione per le strade della Grande Mela. Lo si può comunque giustificare, in parte, sottolineando che il film non presenta particolari guizzi in cui lo stesso regista possa mettere in mostra le sue ipotetiche capacità tecniche.
L’interpretazione del personaggio di Josè (Eduardo Verástegui) risulta a tratti un po’ sottotono e opaca mentre più convincente nell’interpretazione appare il personaggio di Nina che comunque cade nel classico clichè da protagonista di film drammatici quasi sempre colpiti da disgrazie e con una famiglia perennemente assente. Colpa che però va attribuita a chi ha costruito il personaggio in fase di scrittura (tra gli altri, lo stesso Gomez Monteverde).
Decisamente più convincente è la fotografia di Andrew Cadelago (non a caso layout artist di diversi film della Pixar): solare e colorata quando Josè è nel pieno del successo, più su toni grigi e scuri nella sua nuova vita da chef, tanto da mettere in risalto perfettamente una metropoli come New York. Ritorna piena di luce man mano che Josè ritrova la felicità perduta.
Per fortuna, e questo è un punto che va a suo favore, il film non cade nel tranello della scontata storia d’amore che poteva nascere tra i due protagonisti. Il loro rapporto è fatto esclusivamente di grande affetto e comprensione reciproca. È sicuramente apprezzabile il messaggio che la pellicola vuole trasmettere ma la storia raccontata non presenta niente di particolarmente nuovo sotto il profilo narrativo dove il protagonista mezzo depresso si imbatte nel deus ex machina di turno che gli porterà nuova linfa vitale. Occorrerebbe osare di più, offrendoci storie con eroi romantici pronti a reagire con i propri mezzi senza piangersi addosso nell’attesa che qualcuno arrivi a destarli dal torpore post traumatico.

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Josè è un calciatore di origine messicana che gode di fama e successo mondiale. Con la sua squadra ha vinto diversi trofei e i bambini impazziscono per lui tanto da volerci giocare a pallone quando lo incontrano per strada. Cinque anni dopo lo ritroviamo misteriosamente a lavorare come capo chef nel ristorante di New York del fratello Manny, cambiato molto anche nell’aspetto fisico. Nello stesso ristorante lavora come cameriera Nina, licenziata da Manny, a causa dell’ennesimo ritardo, il giorno stesso in cui scopre di essere incinta. Nina si trova così sola e senza più un lavoro. Josè cercherà di aiutarla a superare questo brutto momento per ridare anche un senso alla sua vita, dopo che un terribile avvenimento l’ha portato alla decisione di abbandonare per sempre la carriera di calciatore.
Presentato al Festival di Toronto nel 2006, Bella mette in risalto le opportunità che la vita cerca di offrirti (dall’Alto?) per ritrovare la pace interiore e ridare un senso alla vita che in pochi secondi può sconvolgerti l’intera esistenza e segnarti irrimediabilmente per sempre. Josè questa opportunità la trova nella bella Nina, incinta ma decisa ad abortire perché rimasta senza più un lavoro e con una situazione familiare alle spalle per niente rosea. Josè cerca in tutti i modi di dissuadere Nina dall’abortire e lo fa portandola a casa dei suoi genitori per fargli ritrovare quel calore e quel sapore familiare che lei purtroppo non ha mai potuto gustare fino in fondo. Anche Josè troverà una volta per tutte il coraggio di raccontare la sua drammatica vicenda. E lo farà proprio confidandosi con Nina.
Il film del messicano Alejandro Gomez Monteverde, qui alla sua terza prova dietro la macchina da presa, è talmente carico di buone intenzioni e di un sentimentalismo compassionevole da risultare alla fine troppo stucchevole. La regia non riesce il più delle volte ad essere troppo convincente limitandosi a seguire i due protagonisti nel loro tour di redenzione per le strade della Grande Mela. Lo si può comunque giustificare, in parte, sottolineando che il film non presenta particolari guizzi in cui lo stesso regista possa mettere in mostra le sue ipotetiche capacità tecniche.
L’interpretazione del personaggio di Josè (Eduardo Verástegui) risulta a tratti un po’ sottotono e opaca mentre più convincente nell’interpretazione appare il personaggio di Nina che comunque cade nel classico clichè da protagonista di film drammatici quasi sempre colpiti da disgrazie e con una famiglia perennemente assente. Colpa che però va attribuita a chi ha costruito il personaggio in fase di scrittura (tra gli altri, lo stesso Gomez Monteverde).
Decisamente più convincente è la fotografia di Andrew Cadelago (non a caso layout artist di diversi film della Pixar): solare e colorata quando Josè è nel pieno del successo, più su toni grigi e scuri nella sua nuova vita da chef, tanto da mettere in risalto perfettamente una metropoli come New York. Ritorna piena di luce man mano che Josè ritrova la felicità perduta.
Per fortuna, e questo è un punto che va a suo favore, il film non cade nel tranello della scontata storia d’amore che poteva nascere tra i due protagonisti. Il loro rapporto è fatto esclusivamente di grande affetto e comprensione reciproca. È sicuramente apprezzabile il messaggio che la pellicola vuole trasmettere ma la storia raccontata non presenta niente di particolarmente nuovo sotto il profilo narrativo dove il protagonista mezzo depresso si imbatte nel deus ex machina di turno che gli porterà nuova linfa vitale. Occorrerebbe osare di più, offrendoci storie con eroi romantici pronti a reagire con i propri mezzi senza piangersi addosso nell’attesa che qualcuno arrivi a destarli dal torpore post traumatico.

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