Beate

Armida è una bella donna siciliana trapiantata in un paesino del Polesine, dove lavora in una ditta di biancheria femminile che si chiama Veronica coma la sua proprietaria. Armida è “senza marito e con un piede storto”, come dice sua zia, suor Restituta, e deve mantenere da sola una figlia adolescente. Per questo, quando la proprietaria Veronica annuncia alle dipendenti che la ditta sta per chiudere a causa della crisi economica, Armida è disperata. Ma le viene in soccorso la sua natura combattiva, anche perché intuisce che Veronica sta usando la crisi come scusa per dislocare all’estero l’azienda e intascare i soldi dello Stato. Dunque la donna trova il sistema di combinare l’abilità sartoriale delle colleghe con l’arte del ricamo in cui eccellono le suore del convento locale dedicato a santa Armida, di cui fa parte proprio zia Restituta.
Sister Act e un po’ Calendar Girls, Beate è una piacevole sorpresa, innanzitutto perché è scritta con garbo e attenzione alle specifiche di una crisi che colpisce sia le aziende che i lavoratori, ma che diventa anche il modo con cui certi imprenditori senza scrupoli possono approfittarsi della situazione.
Amad Zarmandili, alla sua prima regia di un lungometraggio di finzione dopo molta esperienza come aiuto regista di Aureliano Amadei, Alessandro Piva e Salvatore Maira (coautore della sceneggiatura con Antonio Cecchi e Gianni Gatti), nonché della serie tv Squadra antimafia, ha una bella agilità di ripresa e un ottimo ritmo di commedia. E il cast è di qualità, da Donatella Finocchiaro nei panni di Armida a Maria Roveran in quelli della giovane suor Caterina. Le punte di diamante restano Lucia Sardo, la spassosa suor Restituta, e Paolo Pierobon nel ruolo di Loris, l’amante di Armida nonché ex dipendente della ditta Veronica: Pierobon è una delle eccellenze del teatro italiano contemporaneo, sarebbe ora che anche il cinema gli desse lo spazio che si merita.
Beate ha solo il difetto di ingarbugliarsi nel terzo atto, scegliendo un finale che contraddice la valenza sociopolitica dimostrata fino a quel momento. Non c’è bisogno di miracoli, laici o cristiani, per risolvere certe situazioni: ci vuole un’adeguata riappropriazione dei mezzi di produzione, come hanno suggerito alcuni pensatori del passato, ancorché espressa in forma comica. Molto efficace invece l’intuizione di unire suore e operaie per cercare una nuova giustizia sociale: e il fatto che questa unione sia tutta al femminile, con l’aggiunta di supporter maschili come Loris, è un bel segno dei tempi. Beate è una commedia arguta che non dimentica la situazione economica reale e innalza un’ode alla capacità femminile di risollevarsi, meglio se con un po’ di aiuto da parte dell’altra metà del cielo. 

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Beate ha solo il difetto di ingarbugliarsi nel terzo atto, scegliendo un finale che contraddice la valenza sociopolitica dimostrata fino a quel momento. Non c’è bisogno di miracoli, laici o cristiani, per risolvere certe situazioni: ci vuole un’adeguata riappropriazione dei mezzi di produzione, come hanno suggerito alcuni pensatori del passato, ancorché espressa in forma comica. Molto efficace invece l’intuizione di unire suore e operaie per cercare una nuova giustizia sociale: e il fatto che questa unione sia tutta al femminile, con l’aggiunta di supporter maschili come Loris, è un bel segno dei tempi. Beate è una commedia arguta che non dimentica la situazione economica reale e innalza un’ode alla capacità femminile di risollevarsi, meglio se con un po’ di aiuto da parte dell’altra metà del cielo. 

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