Ant-man and the Wasp

In seguito agli eventi di Captain America: Civil War, Scott Lang è agli arresti domiciliari. La richiesta di aiuto del professor Hank Pym e della figlia Hope però lo obbligano a trovare uno stratagemma per eludere la polizia e tornare in azione. Ogni volta che la faccenda si fa troppo imponente e si decidono le sorti del mondo, la Marvel ha bisogno del suo minimaxieroe più divertente per alleggerire l’atmosfera.
Judd Apatow in un contesto supereroistico.
Parola d’ordine: non prendersi mai troppo sul serio, ma neanche ricorrere all’ironia savant da social network di Thor: Ragnarok. Meglio una sana battutaccia da uomo medio americano, esemplarmente incarnato da Paul Rudd. Nella miriade di romcom e serie tv interpretate (tra cui Friends) Rudd è sempre riuscito a rimanere se stesso. Un eterno Peter Pan capace di autoironia e di una goffaggine irresistibile, e a suo modo eroica. Il rapporto di Scott Lang con la figlia e la necessità di distrarla dalle storture del mondo completano con un tocco disneyano l’identikit dell’unico supereroe che si vorrebbe davvero conoscere nel mondo reale dell’universo Marvel. Rispetto al primo capitolo Ant-Man and the Wasp è soprattutto una questione di dimensioni in scala, tra edifici e automobili miniaturizzate istantaneamente ed esplorazioni del mondo subatomico sempre più lisergiche. Su quest’ultimo punto il rimando a Viaggio allucinante si fa sempre più forte, seguendo un recupero vintage dello stupore tecnologico da sci-fi stile Radiazioni BX: distruzione uomo che rende irresistibili le vicende dell’Uomo-Formica. Il segmento action di Ant-Man and the Wasp è così rocambolesco e avvincente da far passare in secondo piano l’effettivo plot, minato dall’inconsistenza dei nuovi villain (sprecati lo “spettro quantico”, Lawrence Fishburne e Walton Goggins) e dalla debolezza di alcuni passaggi di sceneggiatura (come si può tornare da una prigionia trentennale in un mondo subatomico senza conseguenze psichiche)? Ma l’impatto di puro entertainment, di risate e adrenalina, resta indiscutibile, se non amplificato rispetto al passato in Ant-Man and the Wasp. 

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Parola d’ordine: non prendersi mai troppo sul serio, ma neanche ricorrere all’ironia savant da social network di Thor: Ragnarok. Meglio una sana battutaccia da uomo medio americano, esemplarmente incarnato da Paul Rudd. Nella miriade di romcom e serie tv interpretate (tra cui Friends) Rudd è sempre riuscito a rimanere se stesso. Un eterno Peter Pan capace di autoironia e di una goffaggine irresistibile, e a suo modo eroica. Il rapporto di Scott Lang con la figlia e la necessità di distrarla dalle storture del mondo completano con un tocco disneyano l’identikit dell’unico supereroe che si vorrebbe davvero conoscere nel mondo reale dell’universo Marvel. Rispetto al primo capitolo Ant-Man and the Wasp è soprattutto una questione di dimensioni in scala, tra edifici e automobili miniaturizzate istantaneamente ed esplorazioni del mondo subatomico sempre più lisergiche. Su quest’ultimo punto il rimando a Viaggio allucinante si fa sempre più forte, seguendo un recupero vintage dello stupore tecnologico da sci-fi stile Radiazioni BX: distruzione uomo che rende irresistibili le vicende dell’Uomo-Formica. Il segmento action di Ant-Man and the Wasp è così rocambolesco e avvincente da far passare in secondo piano l’effettivo plot, minato dall’inconsistenza dei nuovi villain (sprecati lo “spettro quantico”, Lawrence Fishburne e Walton Goggins) e dalla debolezza di alcuni passaggi di sceneggiatura (come si può tornare da una prigionia trentennale in un mondo subatomico senza conseguenze psichiche)? Ma l’impatto di puro entertainment, di risate e adrenalina, resta indiscutibile, se non amplificato rispetto al passato in Ant-Man and the Wasp. 

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