L’Arroseur Arrosé

Questa scenetta – girata in un’unica inquadratura senza tagli – ci mostra un tale che innaffia il giardino; un ragazzetto dispettoso, non visto, posa il piede sul tubo per bloccare il flusso d’acqua, e poi attende il momento in cui il giardiniere – chiedendosi sconcertato il motivo del guasto – porta il tubo al volto. Allora il ragazzo toglie il piede dal tubo. Louis Lumière si stacca dal suo modello – una striscia coeva di Hermann Vogel – per mostrarci l’inseguimento, cui il cartoonist accenna solo di sfuggita (e nel quale, sembra, il ragazzo riesce a fuggire). In tal modo, Lumière introduce nella struttura del film a soggetto un elemento fondamentale e specificamente cinematografico. Il favore che questo film riscosse presso il pubblico è testimoniato dai tre logori negativi conservati al Museo Lumière; l’autore infatti dovette rifare il film per ben due volte. C’è da chiedersi come mai un pubblico, che conosceva praticamente a memoria quello che era in fondo un numero consueto dei clown del circo, sia rimasto tanto colpito da questo film. La risposta sta forse nel fatto che quest’inseguimento – il primo mai fotografato da un apparecchio in grado di riprodurre il movimento degli oggetti – suscitò un’impressione del tutto nuova, e la rese oggettiva per tutti gli spettatori; mise in rilievo che la fotografia – cui di norma spetta il ruolo di nostro surrogato o controfigura – viene trasformata dalla cinematografia e diviene un intermediario per l’intera esperienza. Ciò rende possibile apprezzare la scena che si svolge tra il giardiniere e il giovane burlone come se fosse un’esperienza nuova e fresca, nonostante la sua familiarità. In questo modo l’inseguimento, rinato, fa il suo ingresso nell’arte cinematografica. Presto sarebbero seguite le rielaborazioni di altri cineasti: la corsa al salvataggio, la corsa contro il tempo e una folta progenie cinematografica di varianti e discendenti. – MARTIN SOPOCY

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Questa scenetta – girata in un’unica inquadratura senza tagli – ci mostra un tale che innaffia il giardino; un ragazzetto dispettoso, non visto, posa il piede sul tubo per bloccare il flusso d’acqua, e poi attende il momento in cui il giardiniere – chiedendosi sconcertato il motivo del guasto – porta il tubo al volto. Allora il ragazzo toglie il piede dal tubo. Louis Lumière si stacca dal suo modello – una striscia coeva di Hermann Vogel – per mostrarci l’inseguimento, cui il cartoonist accenna solo di sfuggita (e nel quale, sembra, il ragazzo riesce a fuggire). In tal modo, Lumière introduce nella struttura del film a soggetto un elemento fondamentale e specificamente cinematografico. Il favore che questo film riscosse presso il pubblico è testimoniato dai tre logori negativi conservati al Museo Lumière; l’autore infatti dovette rifare il film per ben due volte. C’è da chiedersi come mai un pubblico, che conosceva praticamente a memoria quello che era in fondo un numero consueto dei clown del circo, sia rimasto tanto colpito da questo film. La risposta sta forse nel fatto che quest’inseguimento – il primo mai fotografato da un apparecchio in grado di riprodurre il movimento degli oggetti – suscitò un’impressione del tutto nuova, e la rese oggettiva per tutti gli spettatori; mise in rilievo che la fotografia – cui di norma spetta il ruolo di nostro surrogato o controfigura – viene trasformata dalla cinematografia e diviene un intermediario per l’intera esperienza. Ciò rende possibile apprezzare la scena che si svolge tra il giardiniere e il giovane burlone come se fosse un’esperienza nuova e fresca, nonostante la sua familiarità. In questo modo l’inseguimento, rinato, fa il suo ingresso nell’arte cinematografica. Presto sarebbero seguite le rielaborazioni di altri cineasti: la corsa al salvataggio, la corsa contro il tempo e una folta progenie cinematografica di varianti e discendenti. – MARTIN SOPOCY

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