The Melon Route

Lungo le rive del fiume Sava, linea di confine fra Bosnia e Croazia, vive in solitudine Mirko, ex soldato cui la guerra ha portato via ogni motivo per vivere. Consumato dalla tossicodipendenza, Mirko vive ormai di ciò che il giovane Meho quotidianamente gli passa e di un lavoro nero fornitogli dallo zio, capo della polizia corrotto ma mosso da un sincero atteggiamento paternalista per il nipote. Il lavoro consiste principalmente nel traghettare clandestini (detti anche ‘meloni’, perché stipati su un convoglio adibito al trasporto di angurie) da una riva all’altra del fiume, oltre il confine della Croazia. Durante uno di questi trasbordi, la barca di Mirko si rovescia ed annegano undici cinesi. Si salva solo una ragazza che, dopo aver sepolto il proprio padre nei pressi del fiume, si stabilisce da Mirko e gli chiede aiuto per superare il confine e raggiungere la Germania.
Per due occhi da straniero, la conoscenza di un territorio così aspro e diversificato come i Balcani passa attraverso la rappresentazione cinematografica. Molto di ciò che conosciamo o crediamo di conoscere su questo crogiolo di popoli e di etnie tende quindi spesso ad avvicinarsi ai ritratti che per crudo ed esibito realismo (come in La polveriera di Goran Paskaljevic) o per frastornante onirismo (Emir Kusturica) risultano essere delle necessarie, per quanto piuttosto efficaci, semplificazioni. Fra queste due sponde, il film di Branko Schimdt è sicuramente più vicino alla prima: non c’è tocco di vivacità o voli immaginifici nella storia di Mirko, tutto resta saldamente coi piedi per terra, avvolto da una bruma grigia e costante, per cui anche le poche note “di colore” del film più che avvicinarsi al folklorismo, contribuiscono al senso drammaturgico del film.
Eppure, uno dei maggiori pregi di quest’opera (vincitrice di diversi premi fuori e dentro dal territorio dei Balcani) è proprio quello di non servirsi del realismo come cifra stilistica, ma di partire da esso per poi lasciarsi condurre da più di una corrente. Non è così solo il trauma post-bellico del popolo bosniaco a fornire un sottotesto (oppure la difficoltà a convivere con quei civili dal fare tracotante e volgare che sui residui della guerra hanno fondato un piccolo impero fatto di corruzione e mercato nero), ma anche il dramma del traffico di emigranti clandestini in fuga verso Occidente. Accostando tragedie provenienti da due diverse parti del mondo, The Melon Route si pone in una virtuosa e prolifica discontinuità con lo sguardo maggiormente parziale o folkloristico del cinema balcanico cui siamo più abituati. Il rapporto di affetto ed empatia fra Mirko e la giovane ragazza cinese cresce in un silenzio obbligato ma ininfluente a fronte delle esperienze comuni: entrambi senza dei “senza patria”, lei perché in fuga da essa, e lui in quanto veterano disilluso, e tutti e due vivono la tragica elaborazione di un lutto (il padre di lei è fra i sommersi nella Sava, mentre i genitori di lui sono corpi sepolti nelle fosse comuni).
Il film vive tuttavia anche di un terzo movimento interno, senza dubbio il più debole: una contaminazione con il noir o con il moderno hard boiled, costruita su tutti i possibili cliché del genere, primo fra tutti quello che assiste alla progressiva trasformazione di Mirko in giustiziere votato all’autodistruzione. Una corrente che, per quanto trascinante da un punto di vista narrativo, fortunatamente riesce a non viziare eccessivamente l’interesse verso il fluire di questo bel film.

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Lungo le rive del fiume Sava, linea di confine fra Bosnia e Croazia, vive in solitudine Mirko, ex soldato cui la guerra ha portato via ogni motivo per vivere. Consumato dalla tossicodipendenza, Mirko vive ormai di ciò che il giovane Meho quotidianamente gli passa e di un lavoro nero fornitogli dallo zio, capo della polizia corrotto ma mosso da un sincero atteggiamento paternalista per il nipote. Il lavoro consiste principalmente nel traghettare clandestini (detti anche ‘meloni’, perché stipati su un convoglio adibito al trasporto di angurie) da una riva all’altra del fiume, oltre il confine della Croazia. Durante uno di questi trasbordi, la barca di Mirko si rovescia ed annegano undici cinesi. Si salva solo una ragazza che, dopo aver sepolto il proprio padre nei pressi del fiume, si stabilisce da Mirko e gli chiede aiuto per superare il confine e raggiungere la Germania.
Per due occhi da straniero, la conoscenza di un territorio così aspro e diversificato come i Balcani passa attraverso la rappresentazione cinematografica. Molto di ciò che conosciamo o crediamo di conoscere su questo crogiolo di popoli e di etnie tende quindi spesso ad avvicinarsi ai ritratti che per crudo ed esibito realismo (come in La polveriera di Goran Paskaljevic) o per frastornante onirismo (Emir Kusturica) risultano essere delle necessarie, per quanto piuttosto efficaci, semplificazioni. Fra queste due sponde, il film di Branko Schimdt è sicuramente più vicino alla prima: non c’è tocco di vivacità o voli immaginifici nella storia di Mirko, tutto resta saldamente coi piedi per terra, avvolto da una bruma grigia e costante, per cui anche le poche note “di colore” del film più che avvicinarsi al folklorismo, contribuiscono al senso drammaturgico del film.
Eppure, uno dei maggiori pregi di quest’opera (vincitrice di diversi premi fuori e dentro dal territorio dei Balcani) è proprio quello di non servirsi del realismo come cifra stilistica, ma di partire da esso per poi lasciarsi condurre da più di una corrente. Non è così solo il trauma post-bellico del popolo bosniaco a fornire un sottotesto (oppure la difficoltà a convivere con quei civili dal fare tracotante e volgare che sui residui della guerra hanno fondato un piccolo impero fatto di corruzione e mercato nero), ma anche il dramma del traffico di emigranti clandestini in fuga verso Occidente. Accostando tragedie provenienti da due diverse parti del mondo, The Melon Route si pone in una virtuosa e prolifica discontinuità con lo sguardo maggiormente parziale o folkloristico del cinema balcanico cui siamo più abituati. Il rapporto di affetto ed empatia fra Mirko e la giovane ragazza cinese cresce in un silenzio obbligato ma ininfluente a fronte delle esperienze comuni: entrambi senza dei “senza patria”, lei perché in fuga da essa, e lui in quanto veterano disilluso, e tutti e due vivono la tragica elaborazione di un lutto (il padre di lei è fra i sommersi nella Sava, mentre i genitori di lui sono corpi sepolti nelle fosse comuni).
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