Grido

Pippo faceva economia e commercio all’università; la madre gli diceva che doveva trovare un lavoro vero e una bella ragazza come tutte le persone normali. Pippo non desiderava la vita noiosa, di routine, che i genitori volevano imporgli, così entra nell’aeronautica militare ma capisce che anche lì le regole non fanno per lui. La libertà la trova sulla scena, perché lo scricchiolio del palco è vero, le voci alterate dall’ampio spazio del teatro tornano indietro come echi leggeri, non sono mai spaventevoli, ma accarezzano l’udito, ti rendono sicuro di te.
Questa è la vera storia di Pippo Delbono, attore e regista (Grido è il suo secondo lavoro cinematografico) che per il teatro ha scelto di “tradire” l’amico Vittorio, al quale dedica il film. Metà piéce e metà documentario, Grido racconta per voce dello stesso autore gli anni di abusi che gli hanno causato una malattia incurabile, quella della mente. Ma l’attore non si è dato per vinto e ha trovato la salvezza attraverso un uomo ridotto in uno stato peggiore del suo, un “pazzo” rinchiuso in manicomio vero ad Aversa, Napoli, fino al giorno in cui alla fine degli anni ’90 è stato finalmente liberato. Da allora Bobò vive con Delbono ed è protagonista di sei spettacoli del regista, e quando il pubblico applaude lui torna in scena per prendersi l’affetto perduto. Il grido è quello che non uscirà mai dalla sua bocca (Bobò è sordomuto); è il grido dei reietti, degli emarginati, ai quali basterebbe “l’abbraccio adulto in un silenzio scenico visibile”, come canta Paolo Conte nel brano che scorre sui titoli di coda.

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Pippo faceva economia e commercio all’università; la madre gli diceva che doveva trovare un lavoro vero e una bella ragazza come tutte le persone normali. Pippo non desiderava la vita noiosa, di routine, che i genitori volevano imporgli, così entra nell’aeronautica militare ma capisce che anche lì le regole non fanno per lui. La libertà la trova sulla scena, perché lo scricchiolio del palco è vero, le voci alterate dall’ampio spazio del teatro tornano indietro come echi leggeri, non sono mai spaventevoli, ma accarezzano l’udito, ti rendono sicuro di te.
Questa è la vera storia di Pippo Delbono, attore e regista (Grido è il suo secondo lavoro cinematografico) che per il teatro ha scelto di “tradire” l’amico Vittorio, al quale dedica il film. Metà piéce e metà documentario, Grido racconta per voce dello stesso autore gli anni di abusi che gli hanno causato una malattia incurabile, quella della mente. Ma l’attore non si è dato per vinto e ha trovato la salvezza attraverso un uomo ridotto in uno stato peggiore del suo, un “pazzo” rinchiuso in manicomio vero ad Aversa, Napoli, fino al giorno in cui alla fine degli anni ’90 è stato finalmente liberato. Da allora Bobò vive con Delbono ed è protagonista di sei spettacoli del regista, e quando il pubblico applaude lui torna in scena per prendersi l’affetto perduto. Il grido è quello che non uscirà mai dalla sua bocca (Bobò è sordomuto); è il grido dei reietti, degli emarginati, ai quali basterebbe “l’abbraccio adulto in un silenzio scenico visibile”, come canta Paolo Conte nel brano che scorre sui titoli di coda.

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