Sorelle

A Bobbio Elena cresce circondata dalle anziane zie, dal giovane zio Giorgio che fa la spola tra Roma e Bobbio e da una madre part-time, Sara, che sogna di fare l’attrice a Milano. Sullo sfondo dei suoi pochi anni ci sono la provincia provinciale, la chiesa, le campane delle domenica, il fiume e un ponte per attraversarlo. Elena interroga continuamente Sara e Giorgio sulla vita mentre li osserva andare e tornare senza pace da Bobbio, senza mai decidere cosa e dove essere.
Marco Bellocchio torna a Bobbio e al Trebbia delle sue celebri “vacanze”, realizzando un “film di fantasia” in tre episodi, affollato di attori, amici e familiari. Torna alla casa de I Pugni in tasca a cui Sorelle rimanda continuamente, interpolando le immagini digitali con la pellicola in bianco e nero del suo debutto. Accade allora che nella sequenza d’apertura Giorgio commenti il borgo natio attraverso le pagine di Čhecov e in quella successiva l’Ale dei pugni in tasca lo osservi dal campanile. Le stanze, i corridoi, le tavole apparecchiate, i letti sfatti sono gli stessi in cui vagava e si tormentava l’Ale di Lou Castel, gli stessi luoghi da cui andava e veniva incessantemente come oggi fanno Giorgio e Sara. Al dinamismo dei due giovani fratelli si contrappone la stanzialità delle due sorelle, portatrici del passato e del ricordo di una madre “santa” gettata in fondo a un burrone.
Per il regista sembra impossibile l'”addio del passato” che ha contagiato le nuove generazioni, incapaci di chiudere con l’ossessione familistica e con la propria origine provinciale. Il passato è un debito che deve essere saldato, magari proprio apponendo una firma, quella della zia, per garantire il mutuo e il futuro di Giorgio. Un passato che Bellocchio ipoteca, impegna e reitera lasciando che Elena svegli Giorgio coi suoi giochi, esattamente come (Pier) Giorgio (Bellocchio) svegliava Marco in Vacanze in Val Trebbia.
Il regista piacentino ancora una volta coniuga vita e arte girando uno dei suoi film più personali, con la collaborazione degli studenti del laboratorio “Fare cinema” di Bobbio. Le riprese di Sorelle sono durate tre anni (1999, 2004, 2005) e raccontano tre anni della vita di Elena, figlia di Marco Bellocchio. Elena, dolce e incantevole, ha gli occhi di tutte le donne del gineceo bellocchiano che, fotogramma dopo fotogramma, una dopo l’altra, scorrono fino ad arrestarsi sul volto di Donatella Finocchiaro, ultima musa complice affettuosa. C’è ancora e da sempre l’amico Gianni Schicchi, astuto e accorto come l’omonimo personaggio pucciniano. Come il suo doppio melodrammatico dispone e amministra l’eredità e gli affari di famiglia. Ovunque c’è Bobbio, la provincia da fuggire che diventa invece l’unico luogo da abitare, magari facendo l’albergatore o l’animatrice turistica. Bobbio destinata a divenire un’amena località termale, all’ombra dei suoi comuni cittadini e del suo unico santo, San Colombano, emigrato dall’Irlanda.

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A Bobbio Elena cresce circondata dalle anziane zie, dal giovane zio Giorgio che fa la spola tra Roma e Bobbio e da una madre part-time, Sara, che sogna di fare l’attrice a Milano. Sullo sfondo dei suoi pochi anni ci sono la provincia provinciale, la chiesa, le campane delle domenica, il fiume e un ponte per attraversarlo. Elena interroga continuamente Sara e Giorgio sulla vita mentre li osserva andare e tornare senza pace da Bobbio, senza mai decidere cosa e dove essere.
Marco Bellocchio torna a Bobbio e al Trebbia delle sue celebri “vacanze”, realizzando un “film di fantasia” in tre episodi, affollato di attori, amici e familiari. Torna alla casa de I Pugni in tasca a cui Sorelle rimanda continuamente, interpolando le immagini digitali con la pellicola in bianco e nero del suo debutto. Accade allora che nella sequenza d’apertura Giorgio commenti il borgo natio attraverso le pagine di Čhecov e in quella successiva l’Ale dei pugni in tasca lo osservi dal campanile. Le stanze, i corridoi, le tavole apparecchiate, i letti sfatti sono gli stessi in cui vagava e si tormentava l’Ale di Lou Castel, gli stessi luoghi da cui andava e veniva incessantemente come oggi fanno Giorgio e Sara. Al dinamismo dei due giovani fratelli si contrappone la stanzialità delle due sorelle, portatrici del passato e del ricordo di una madre “santa” gettata in fondo a un burrone.
Per il regista sembra impossibile l'”addio del passato” che ha contagiato le nuove generazioni, incapaci di chiudere con l’ossessione familistica e con la propria origine provinciale. Il passato è un debito che deve essere saldato, magari proprio apponendo una firma, quella della zia, per garantire il mutuo e il futuro di Giorgio. Un passato che Bellocchio ipoteca, impegna e reitera lasciando che Elena svegli Giorgio coi suoi giochi, esattamente come (Pier) Giorgio (Bellocchio) svegliava Marco in Vacanze in Val Trebbia.
Il regista piacentino ancora una volta coniuga vita e arte girando uno dei suoi film più personali, con la collaborazione degli studenti del laboratorio “Fare cinema” di Bobbio. Le riprese di Sorelle sono durate tre anni (1999, 2004, 2005) e raccontano tre anni della vita di Elena, figlia di Marco Bellocchio. Elena, dolce e incantevole, ha gli occhi di tutte le donne del gineceo bellocchiano che, fotogramma dopo fotogramma, una dopo l’altra, scorrono fino ad arrestarsi sul volto di Donatella Finocchiaro, ultima musa complice affettuosa. C’è ancora e da sempre l’amico Gianni Schicchi, astuto e accorto come l’omonimo personaggio pucciniano. Come il suo doppio melodrammatico dispone e amministra l’eredità e gli affari di famiglia. Ovunque c’è Bobbio, la provincia da fuggire che diventa invece l’unico luogo da abitare, magari facendo l’albergatore o l’animatrice turistica. Bobbio destinata a divenire un’amena località termale, all’ombra dei suoi comuni cittadini e del suo unico santo, San Colombano, emigrato dall’Irlanda.

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