L’uomo della carità – Don Luigi di Liegro

Luigi Di Liegro nasce a Gaeta nel 1928 e la vocazione lo visita già all’età di dieci anni, ma è solo quindici anni dopo che ha inizio il suo vero percorso sacerdotale, prima fra i minatori in Belgio, poi nella borgata romana di Giano, poi in Albania e non solo. È la città di Roma, però, il bersaglio del servizio di don Luigi e del film di Alessandro Di Robilant, L’Uomo della Carità. Sempre a fianco degli ultimi, Di Liegro non esitava a dire che non erano loro le vittime da salvare, ma Roma, che si era ripiegata sul proprio benessere, escludendo i poveri e finendo per prima vittima della paura di se stessa, di una parte, cioè, della sua società. Nato per il piccolo schermo, inizialmente il film sembra non sostenere il passaggio dal proiettore cinematografico: preparato e un po’ didascalico su tutto quel che è biografia, manca palpabilmente negli episodi di sceneggiatura vera e propria (non a caso, la sequenza della casa di riposo è muta). Ridondante di primi piani, è costruito su un materiale narrativo ridotto all’osso, per poter essere meglio gestito: così, “il caso” di Alfio, bimbo “perduto”, diventa, con l’età adulta, quello della bella e perduta Diana. La prima parte è occupata dal conto delle battaglie vinte: la riorganizzazione della Caritas diocesana, una scatola fino ad allora vuota, che Luigi riempie in men che non si dica di posti letto e posti a tavola, e la scoperta, nel 1982, della nuova peste chiamata Aids. Mentre il film ci ricorda con una canzonetta (“Un’estate italiana” di Bennato/Nannini) che l’Italia è impegnata a guardare i mondiali, il protagonista intraprende con i soliti pochi amici la ricerca di un luogo in cui accogliere chi aspetta la morte, nonostante il cuore cominci a risentire della fatica a cui lo sottopone. Occuperà Villa Glori, scatenando la protesta degli abitanti del quartiere Parioli. A questo punto la parabola sta già scendendo la china, ed è il turno delle battaglie perse: l’Albania e, soprattutto, il problema degli immigrati. Non si parla più di un centinaio di senza tetto o di qualche malato terminale, ma di migliaia di persone, pronte a esplodere in conflitto fra loro e con la città. Quello che per il comune è un problema di ordine pubblico, per Di Liegro è un’emergenza umanitaria: l’incomunicabilità è totale. Nel racconto delle difficoltà, il film finalmente decolla: il conflitto (con la Chiesa e con le autorità politiche) non è più un assunto ma è entrato nelle viscere della drammaturgia. La faccia per definizione “pulita” di Giulio Scarpati, che inizialmente poteva apparire una scelta ovvia e dunque poco interessante, matura con la determinazione del carattere e acquista grande verità.

[x]

Luigi Di Liegro nasce a Gaeta nel 1928 e la vocazione lo visita già all’età di dieci anni, ma è solo quindici anni dopo che ha inizio il suo vero percorso sacerdotale, prima fra i minatori in Belgio, poi nella borgata romana di Giano, poi in Albania e non solo. È la città di Roma, però, il bersaglio del servizio di don Luigi e del film di Alessandro Di Robilant, L’Uomo della Carità. Sempre a fianco degli ultimi, Di Liegro non esitava a dire che non erano loro le vittime da salvare, ma Roma, che si era ripiegata sul proprio benessere, escludendo i poveri e finendo per prima vittima della paura di se stessa, di una parte, cioè, della sua società. Nato per il piccolo schermo, inizialmente il film sembra non sostenere il passaggio dal proiettore cinematografico: preparato e un po’ didascalico su tutto quel che è biografia, manca palpabilmente negli episodi di sceneggiatura vera e propria (non a caso, la sequenza della casa di riposo è muta). Ridondante di primi piani, è costruito su un materiale narrativo ridotto all’osso, per poter essere meglio gestito: così, “il caso” di Alfio, bimbo “perduto”, diventa, con l’età adulta, quello della bella e perduta Diana. La prima parte è occupata dal conto delle battaglie vinte: la riorganizzazione della Caritas diocesana, una scatola fino ad allora vuota, che Luigi riempie in men che non si dica di posti letto e posti a tavola, e la scoperta, nel 1982, della nuova peste chiamata Aids. Mentre il film ci ricorda con una canzonetta (“Un’estate italiana” di Bennato/Nannini) che l’Italia è impegnata a guardare i mondiali, il protagonista intraprende con i soliti pochi amici la ricerca di un luogo in cui accogliere chi aspetta la morte, nonostante il cuore cominci a risentire della fatica a cui lo sottopone. Occuperà Villa Glori, scatenando la protesta degli abitanti del quartiere Parioli. A questo punto la parabola sta già scendendo la china, ed è il turno delle battaglie perse: l’Albania e, soprattutto, il problema degli immigrati. Non si parla più di un centinaio di senza tetto o di qualche malato terminale, ma di migliaia di persone, pronte a esplodere in conflitto fra loro e con la città. Quello che per il comune è un problema di ordine pubblico, per Di Liegro è un’emergenza umanitaria: l’incomunicabilità è totale. Nel racconto delle difficoltà, il film finalmente decolla: il conflitto (con la Chiesa e con le autorità politiche) non è più un assunto ma è entrato nelle viscere della drammaturgia. La faccia per definizione “pulita” di Giulio Scarpati, che inizialmente poteva apparire una scelta ovvia e dunque poco interessante, matura con la determinazione del carattere e acquista grande verità.

How useful was this post?

Click on a star to rate it!

Average rating / 5. Vote count:



Tipo Server Qualità Lingua Aggiunto
Streaming openload.coHDITARECENTE
Streaming wstreamHDITARECENTE
Streaming nitroflareHDITARECENTE
Streaming uploadgigHDITARECENTE

Lascia un commento