Mushi-shi

Giappone: durante l’era della modernizzazione – quasi un secolo fa – nelle aree montane e rurali sono ancora presenti segni di un passato medievale. Yoki e sua madre camminano su un sentiero sotto una pioggia torrenziale, quando il bambino vede delle strane creature iridescenti. Improvvisamente, un’inondazione: la madre di Yoki muore. Ritroviamo Yoki adulto che ha cambiato il suo nome in Ginko ed è diventato un “mushishi”, colui che protegge gli uomini comuni dai “mushi”. I mushi sono proprio quelle creature che Yoki aveva visto da bambino: piccoli insetti, invisibili all’occhio umano, che infettano alcune persone.
Nei suoi due film precedenti, “Akira” e “Steamboy”, Otomo Katsuhiro coniugava – nella fantascienza giapponese – violenza e animazione. In “Mushishi” il discorso cerca di farsi poetico anche se si tratta, originariamente, di un celebre manga fantasy. L’autore è attento alla ricerca della forma: riprese di ampio respiro,cura dei numerosi movimenti di macchina – dai particolari ai campi totali – e del montaggio, scenografie e costumi ricostruiti e realizzati nei dettagli, fotografia elegante per accompagnare lo spettatore in una favola antica e moderna allo stesso tempo. Purtroppo, però – anche se ogni tanto qualche personaggio pronuncia frasi esplicative – non si capisce quale sia il senso di questa messa in scena complessa e di tanto impegno estetico: la Natura si ribella all’Uomo? I mushi rappresentano una sorta di punizione divina? L’autore vuole fare una velata critica all’avvento della modernità e prova nostalgia per il Passato, seppur difficile e contraddittorio, ma mai così fragile e confuso come l’umanità di oggi ? “Mushishi” vuole, forse, essere un film visionario con intenti filosofici, ma lascia solamente banali tracce di pensiero new age.

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Giappone: durante l’era della modernizzazione – quasi un secolo fa – nelle aree montane e rurali sono ancora presenti segni di un passato medievale. Yoki e sua madre camminano su un sentiero sotto una pioggia torrenziale, quando il bambino vede delle strane creature iridescenti. Improvvisamente, un’inondazione: la madre di Yoki muore. Ritroviamo Yoki adulto che ha cambiato il suo nome in Ginko ed è diventato un “mushishi”, colui che protegge gli uomini comuni dai “mushi”. I mushi sono proprio quelle creature che Yoki aveva visto da bambino: piccoli insetti, invisibili all’occhio umano, che infettano alcune persone.
Nei suoi due film precedenti, “Akira” e “Steamboy”, Otomo Katsuhiro coniugava – nella fantascienza giapponese – violenza e animazione. In “Mushishi” il discorso cerca di farsi poetico anche se si tratta, originariamente, di un celebre manga fantasy. L’autore è attento alla ricerca della forma: riprese di ampio respiro,cura dei numerosi movimenti di macchina – dai particolari ai campi totali – e del montaggio, scenografie e costumi ricostruiti e realizzati nei dettagli, fotografia elegante per accompagnare lo spettatore in una favola antica e moderna allo stesso tempo. Purtroppo, però – anche se ogni tanto qualche personaggio pronuncia frasi esplicative – non si capisce quale sia il senso di questa messa in scena complessa e di tanto impegno estetico: la Natura si ribella all’Uomo? I mushi rappresentano una sorta di punizione divina? L’autore vuole fare una velata critica all’avvento della modernità e prova nostalgia per il Passato, seppur difficile e contraddittorio, ma mai così fragile e confuso come l’umanità di oggi ? “Mushishi” vuole, forse, essere un film visionario con intenti filosofici, ma lascia solamente banali tracce di pensiero new age.

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