The City of Violence

La morte violenta di un ex malavitoso spinge un amico d’infanzia (ora poliziotto a Seoul) a tornare nella città di provincia dove è nato. Sono passati dieci anni e il poliziotto trova i compagni di un tempo che ora hanno delle vite molto diverse. C’è che vive la frustrazione di avere un fratello non del tutto a posto psichicamente e chi invece si è fatto strada nel mondo della criminalità organizzata divenendone il boss ma trattando affari più grossi di lui. Il poliziotto decide di indagare sulla morte dell’amico e scopre un mondo di violenza in realtà già presente negli anni della loro adolescenza ed ora esasperato.
Potrebbe sembrare una storia già vista mille volte quella di Seung wan-Ryoo ma l’astuzia sta nell’averla trasformata in un omaggio orientale a Tarantino il quale aveva omaggiato con Kill Bill proprio l’Oriente. Ecco allora che la violenza è totalmente coreografata grazie anche a un’attenzione cinofila al western all’italiana di cui si riprendono tutti i ‘luoghi’ narrativi consacrati. Si potrebbe pensare a un semplice gioco citazionista e invece c’è di più. C’è la voglia di divertirsi con tutti i mezzi che il linguaggio cinematografico mette a disposizione riuscendo sempre a non dimenticare la vicenda di base ma trasfigurandola ogni volta in divertimento visivo. Certo, una parte significativa del cinema coreano sembra dedita esclusivamente all’esaltazione della violenza. In questo caso non è così: tutto si trasforma in un gioco esteticamente raffinato e alla fine lo spettatore è consapevole di aver giocato con la scatola magica del cinema come quando da piccolo usava le pistole giocattolo facendo ‘bum’ con la bocca.

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La morte violenta di un ex malavitoso spinge un amico d’infanzia (ora poliziotto a Seoul) a tornare nella città di provincia dove è nato. Sono passati dieci anni e il poliziotto trova i compagni di un tempo che ora hanno delle vite molto diverse. C’è che vive la frustrazione di avere un fratello non del tutto a posto psichicamente e chi invece si è fatto strada nel mondo della criminalità organizzata divenendone il boss ma trattando affari più grossi di lui. Il poliziotto decide di indagare sulla morte dell’amico e scopre un mondo di violenza in realtà già presente negli anni della loro adolescenza ed ora esasperato.
Potrebbe sembrare una storia già vista mille volte quella di Seung wan-Ryoo ma l’astuzia sta nell’averla trasformata in un omaggio orientale a Tarantino il quale aveva omaggiato con Kill Bill proprio l’Oriente. Ecco allora che la violenza è totalmente coreografata grazie anche a un’attenzione cinofila al western all’italiana di cui si riprendono tutti i ‘luoghi’ narrativi consacrati. Si potrebbe pensare a un semplice gioco citazionista e invece c’è di più. C’è la voglia di divertirsi con tutti i mezzi che il linguaggio cinematografico mette a disposizione riuscendo sempre a non dimenticare la vicenda di base ma trasfigurandola ogni volta in divertimento visivo. Certo, una parte significativa del cinema coreano sembra dedita esclusivamente all’esaltazione della violenza. In questo caso non è così: tutto si trasforma in un gioco esteticamente raffinato e alla fine lo spettatore è consapevole di aver giocato con la scatola magica del cinema come quando da piccolo usava le pistole giocattolo facendo ‘bum’ con la bocca.

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