Tough Enough

Berlino, anno 2006. Michael Polischka si trasferisce da una zona alta e borghese della città a un quartiere proletario. Scaricati dal ricco amante della madre, Miriam e Michael cercano di adattarsi alla nuova condizione: la giovane donna passando per amanti occasionali e quasi sempre squattrinati, il ragazzo cercando di sfuggire alle vessazioni e alle percosse di Errol, un compagno di scuola ripetente con figli a carico che abusa dei più deboli a cui estorce denaro, cellulari, scarpe e vestiti. Le esplosioni di violenza di Errol vengono presto ridimensionate dall’intervento di un cattivo più cattivo di lui, Hamal, un arabo spacciatore di sesso e droga. Finito sotto la sua protezione, Michael comincia a lavorare per Hamal migliorando il suo tenore di vita. Una scelta che, prima o poi, si paga. Come l’Edmund Koeler di Rossellini, Michael è biondo, è tedesco e vive d’espedienti in una sorta di Germania anno zero postmoderna, tra palazzi fatiscenti che ospitano un’umanità multietnica. Per girare il suo film, Detlev Buck ha attraversato le strade dei quartieri più degradati di Berlino, a caccia di adolescenti e delle loro storie. La sua macchina da presa si è mossa tra le macerie morali di una città che in fondo è tutte le città del mondo. È anche Napoli, coi suoi Mario “in guerra” che soccombono perché manca loro un’alternativa, una possibilità, anche solo ridotta, di vincere la guerra. L’investigazione sociale di Buck, contrariamente a quella di Rossellini, non si risolve in una condanna senza appello del giovane protagonista. Lo sguardo di Michael è sempre rivolto al cielo, a un altro ‘alto’ a cui tendere per resistere; quello di Edmund, nella Germania post bellica, era volto verso il basso, verso un gesto definitivo che lo avrebbe precipitato al suolo, uccidendolo. A morire, nel film di Buck, non è il protagonista ma è comunque un ragazzo che come Edmund è colpevole solo di “non essere duro abbastanza”. In questo caso il titolo è più che significativo.

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Berlino, anno 2006. Michael Polischka si trasferisce da una zona alta e borghese della città a un quartiere proletario. Scaricati dal ricco amante della madre, Miriam e Michael cercano di adattarsi alla nuova condizione: la giovane donna passando per amanti occasionali e quasi sempre squattrinati, il ragazzo cercando di sfuggire alle vessazioni e alle percosse di Errol, un compagno di scuola ripetente con figli a carico che abusa dei più deboli a cui estorce denaro, cellulari, scarpe e vestiti. Le esplosioni di violenza di Errol vengono presto ridimensionate dall’intervento di un cattivo più cattivo di lui, Hamal, un arabo spacciatore di sesso e droga. Finito sotto la sua protezione, Michael comincia a lavorare per Hamal migliorando il suo tenore di vita. Una scelta che, prima o poi, si paga. Come l’Edmund Koeler di Rossellini, Michael è biondo, è tedesco e vive d’espedienti in una sorta di Germania anno zero postmoderna, tra palazzi fatiscenti che ospitano un’umanità multietnica. Per girare il suo film, Detlev Buck ha attraversato le strade dei quartieri più degradati di Berlino, a caccia di adolescenti e delle loro storie. La sua macchina da presa si è mossa tra le macerie morali di una città che in fondo è tutte le città del mondo. È anche Napoli, coi suoi Mario “in guerra” che soccombono perché manca loro un’alternativa, una possibilità, anche solo ridotta, di vincere la guerra. L’investigazione sociale di Buck, contrariamente a quella di Rossellini, non si risolve in una condanna senza appello del giovane protagonista. Lo sguardo di Michael è sempre rivolto al cielo, a un altro ‘alto’ a cui tendere per resistere; quello di Edmund, nella Germania post bellica, era volto verso il basso, verso un gesto definitivo che lo avrebbe precipitato al suolo, uccidendolo. A morire, nel film di Buck, non è il protagonista ma è comunque un ragazzo che come Edmund è colpevole solo di “non essere duro abbastanza”. In questo caso il titolo è più che significativo.

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