Neil Young: Hearts of Gold

Jonathan Demme ha un rapporto con Neil Young che risale ai tempi di Philadelphia. Ricordate la canzone che accompagnava la scena finale del film? La spinta per realizzare questo documentario nasce però da un’altra urgenza. Nella primavera del 2005 a Young viene diagnosticato un aneurisma al cervello. Il compositore si butta allora nella scrittura di un nuovo album “Prairie Wind”. L’intervento chirurgico riesce con successo e nell’estate dello stesso anno viene organizzato un concerto a Nashville che si è già deciso di riprendere. Alla regia Demme. Si tratta quindi di un autentico mix tra il nuovo Young e i suoi brani più classici.
Accompagnato da una band e da coristi che non hanno alcun timore nel mostrare la loro età non più giovanile, Young offre il meglio di sé, assecondato da un Demme che quasi si annulla come sguardo limitandosi a ‘registrare’ quanto accade sul palco e senza mai mostrare il pubblico se non all’inizio. È più un omaggio da amico questo che non un documentario. Ci si legge il desiderio di far emergere dalle immagini l’interiorità di un uomo che ha visto in faccia la morte e che proprio per questo può ancor meglio cantare la vita o le vite dei protagonisti delle sue canzoni vecchie e nuove. I titoli di coda lo accompagnano mentre, nella sala deserta, canta e suona (su chitarra acustica) un suo pezzo. Non c’è nulla di struggente nella scena ma c’è il piacere di trovare, dopo tanti e meritati applausi, un artista solo con il suo universo creativo.

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Jonathan Demme ha un rapporto con Neil Young che risale ai tempi di Philadelphia. Ricordate la canzone che accompagnava la scena finale del film? La spinta per realizzare questo documentario nasce però da un’altra urgenza. Nella primavera del 2005 a Young viene diagnosticato un aneurisma al cervello. Il compositore si butta allora nella scrittura di un nuovo album “Prairie Wind”. L’intervento chirurgico riesce con successo e nell’estate dello stesso anno viene organizzato un concerto a Nashville che si è già deciso di riprendere. Alla regia Demme. Si tratta quindi di un autentico mix tra il nuovo Young e i suoi brani più classici.
Accompagnato da una band e da coristi che non hanno alcun timore nel mostrare la loro età non più giovanile, Young offre il meglio di sé, assecondato da un Demme che quasi si annulla come sguardo limitandosi a ‘registrare’ quanto accade sul palco e senza mai mostrare il pubblico se non all’inizio. È più un omaggio da amico questo che non un documentario. Ci si legge il desiderio di far emergere dalle immagini l’interiorità di un uomo che ha visto in faccia la morte e che proprio per questo può ancor meglio cantare la vita o le vite dei protagonisti delle sue canzoni vecchie e nuove. I titoli di coda lo accompagnano mentre, nella sala deserta, canta e suona (su chitarra acustica) un suo pezzo. Non c’è nulla di struggente nella scena ma c’è il piacere di trovare, dopo tanti e meritati applausi, un artista solo con il suo universo creativo.

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