Una parola per un sogno

Akeelah Anderson, undici anni, vive in un quartiere poverissimo della periferia di Los Angeles. Sogna una vita normale, ma la morte del padre e le carenze affettive di una madre sempre troppo indaffarate, la costringono a contare solo su se stessa. Incitata dal preside della scuola, scopre di avere un talento innato nel memorizzare le parole.
Decide così di iscriversi a una gara di spelling che la porterà, pian piano, a scalare le tappe che la traghetteranno verso il traguardo finale: il concorso nazionale riservato agli studenti più meritevoli provenienti da tutti gli Stati Uniti. Aiutata nel suo percorso da un austero professore, Akeelah capisce che la gara non è solo un capriccio adolescenziale quanto, piuttosto, un importante strumento di emancipazione sociale e culturale per imporre la propria personalità e riscattare la sua condizione. Scoraggiata dalla madre che la preferisce a casa, e dai compagni di scuola che la prendono in giro non comprendendo il suo talento, la giovane inseguirà fino all’ultimo il suo sogno: arrivare a Washington e vincere l’ambito premio.
Girato da Doug Atchison, il film racconta, senza eccessive pretese – affidandosi a una trama lineare e priva di abbellimenti stilistici e narrativi – le difficoltà di integrazione di una ragazzina all’interno del sistema scolastico americano, sostenendo l’inscindibile connubio fra cultura e istruzione, nel percorso di crescita personale che riguarda ogni individuo. A prescindere dalla classe sociale e dal colore della pelle.
Akeelah and the Bee, consigliato a uno spettatore senza troppe aspettive e alla ricerca di storie semplici, sfrutta al meglio la bravura della giovane protagonista per raccontare l’altra parte dell’America, quella che non si accontenta dei sorrisi delle piccole miss e dei programmi televisivi che lobotomizzano cervelli. Pura semplicità e buoni sentimenti.

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Akeelah Anderson, undici anni, vive in un quartiere poverissimo della periferia di Los Angeles. Sogna una vita normale, ma la morte del padre e le carenze affettive di una madre sempre troppo indaffarate, la costringono a contare solo su se stessa. Incitata dal preside della scuola, scopre di avere un talento innato nel memorizzare le parole.
Decide così di iscriversi a una gara di spelling che la porterà, pian piano, a scalare le tappe che la traghetteranno verso il traguardo finale: il concorso nazionale riservato agli studenti più meritevoli provenienti da tutti gli Stati Uniti. Aiutata nel suo percorso da un austero professore, Akeelah capisce che la gara non è solo un capriccio adolescenziale quanto, piuttosto, un importante strumento di emancipazione sociale e culturale per imporre la propria personalità e riscattare la sua condizione. Scoraggiata dalla madre che la preferisce a casa, e dai compagni di scuola che la prendono in giro non comprendendo il suo talento, la giovane inseguirà fino all’ultimo il suo sogno: arrivare a Washington e vincere l’ambito premio.
Girato da Doug Atchison, il film racconta, senza eccessive pretese – affidandosi a una trama lineare e priva di abbellimenti stilistici e narrativi – le difficoltà di integrazione di una ragazzina all’interno del sistema scolastico americano, sostenendo l’inscindibile connubio fra cultura e istruzione, nel percorso di crescita personale che riguarda ogni individuo. A prescindere dalla classe sociale e dal colore della pelle.
Akeelah and the Bee, consigliato a uno spettatore senza troppe aspettive e alla ricerca di storie semplici, sfrutta al meglio la bravura della giovane protagonista per raccontare l’altra parte dell’America, quella che non si accontenta dei sorrisi delle piccole miss e dei programmi televisivi che lobotomizzano cervelli. Pura semplicità e buoni sentimenti.

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