Throw Down

Sze-to, ex-campione di judo affetto da glaucoma, sopravvive a se stesso gestendo un bar malfamato e dandosi all’alcool e al gioco. Il suo destino, apparentemente segnato, si incrocia con quello di Mona, aspirante cantante squattrinata, e di Tony, giovane esuberante innamorato del judo. L’entusiasmo trasmesso dai due e la tragica morte dell’ex-maestro restituiranno a Sze-to la fiducia in se stesso e la voglia di rimettersi in gioco, senza badare alle conseguenze.
Rudao Longhu Bang (letteralmente “Il combattimento modello di judo tra la tigre e il drago”), il miglior film di Johnnie To dai tempi di The Mission, rappresenta forse il perfezionamento definitivo del suo stile, oltre che il completamento della sua ascesa (o metamorfosi) allo status di Autore. Throw Down non è (solo) un noir, come non è (solo) un mélo. To non gioca più con i generi servendosi di balzi repentini: ne è ormai signore e padrone ed essi appartengono a un unico e armonico punto di vista sulle cose (si veda il lavoro compiuto sulla luce e il nesso temporale e causale tra questo e la scelta di Sze-to di accettare il compimento dell’ineluttabile destino).
La risposta definitiva a chi voleva il regista prigioniero della decadenza del cinema di HK e incapace di ripetere gli exploit che, a cavallo del millennio, hanno permesso al nome Milkyway di essere più volte accostato al termine “capolavoro”.
Nato come omaggio ad Akira Kurosawa (“the greatest filmmaker”, secondo la dedica dello stesso To) e in particolare al suo primo film (Sanshiro Sugata), Throw Down appartiene ai vertici della poetica di To: epico senza essere pomposo, mirabile esempio di tecnica sopraffina senza mai ridurla a uno sterile sfoggio di bravura, crocevia dei destini di personaggi eroici nella loro forza e – soprattutto – nelle loro cadute.
Louis Koo è uno strepitoso Sze-to, ma i comprimari non sono da meno, a partire da uno ieratico Tony Leung Kar-Fai nella parte del maestro rivale Kong. Sotto la scorza di godibilissimo action-mélo – incorniciato dalle irresistibili musiche di Peter Kam – pulsa un cuore nouvelle vague, là dove il non detto può più di mille parole.
Palloncini rossi da agguantare, scarpe da recuperare tra banconote svolazzanti, momenti di cinema che vibrano della stessa intensità lirica che fu di A Hero Never Dies, un cinema che non ha paura di apparire imprescindibile. Johnnie, il cinema e il judo: cento, anche mille cadute, se rialzarsi significa questo.

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Sze-to, ex-campione di judo affetto da glaucoma, sopravvive a se stesso gestendo un bar malfamato e dandosi all’alcool e al gioco. Il suo destino, apparentemente segnato, si incrocia con quello di Mona, aspirante cantante squattrinata, e di Tony, giovane esuberante innamorato del judo. L’entusiasmo trasmesso dai due e la tragica morte dell’ex-maestro restituiranno a Sze-to la fiducia in se stesso e la voglia di rimettersi in gioco, senza badare alle conseguenze.
Rudao Longhu Bang (letteralmente “Il combattimento modello di judo tra la tigre e il drago”), il miglior film di Johnnie To dai tempi di The Mission, rappresenta forse il perfezionamento definitivo del suo stile, oltre che il completamento della sua ascesa (o metamorfosi) allo status di Autore. Throw Down non è (solo) un noir, come non è (solo) un mélo. To non gioca più con i generi servendosi di balzi repentini: ne è ormai signore e padrone ed essi appartengono a un unico e armonico punto di vista sulle cose (si veda il lavoro compiuto sulla luce e il nesso temporale e causale tra questo e la scelta di Sze-to di accettare il compimento dell’ineluttabile destino).
La risposta definitiva a chi voleva il regista prigioniero della decadenza del cinema di HK e incapace di ripetere gli exploit che, a cavallo del millennio, hanno permesso al nome Milkyway di essere più volte accostato al termine “capolavoro”.
Nato come omaggio ad Akira Kurosawa (“the greatest filmmaker”, secondo la dedica dello stesso To) e in particolare al suo primo film (Sanshiro Sugata), Throw Down appartiene ai vertici della poetica di To: epico senza essere pomposo, mirabile esempio di tecnica sopraffina senza mai ridurla a uno sterile sfoggio di bravura, crocevia dei destini di personaggi eroici nella loro forza e – soprattutto – nelle loro cadute.
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